Georges Duby.
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L'avventura di un cavaliere medievale.
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Titolo originale: Le chevalerie raconte aux enfants.
Traduzione di Cristiana Maria Carbone.
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1993. Editions Perrin, PARIS.
1996. Editori Laterza. Laterza Ragazzi, BARI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"Vieni con me, partiamo per un viaggio avventuroso, indietro nei secoli, fra il 1160 e il 1220 sotto il regno di Filippo Augusto, nella Francia del Nord. E l, in quell'epoca e in quel paese che ci trasferiremo, raccogliendo tutti i segni che i cavalieri hanno lasciato al loro passaggio. Di quell'epoca rimangono qualche pergamena conservata negli archivi, racconti, storie vere o inventate. Ed  proprio uno di questi testi che ci permette di vedere abbastanza da vicino un cavaliere. Sar lui il nostro testimone principale." Il protagonista di queste pagine si chiamava Arnulfo, era il signore di Ardres. A raccontare la sua storia appassionante, destinata anche ai pi giovani,  Georges Duby, tra amori, tornei e battaglie.
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L'AUTORE.
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Georges Duby (1919-1996), uno dei pi grandi storici del Medioevo, ha insegnato per oltre vent'anni al Collge de France. Fra le sue numerose opere per i nostri tipi, ricordiamo: Le origini dell'economia europea; L'arte e la societ medievale; Lo specchio del feudalesimo; Il cavaliere, la donna, il prete; Guglielmo il Maresciallo; Medioevo maschio; Donne nello specchio del Medioevo; Il potere delle donne nel Medioevo; Storia artistica del Medioevo; I peccati delle donne nel Medioevo. Con Philippe Aris ha curato i volumi della Vita privata. Con Michelle Perrot ha diretto i cinque volumi sulla Storia delle donne in Occidente e ha curato Immagini delle donne.
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Indice
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Ai giovani lettori.	
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L'infanzia del cavaliere
La nascita.	
Il castello. Il signore. La famiglia. La formazione. L'educazione delle figlie.
Le scuole. Nella foresta. L'uso delle armi. L'educazione del cuore. Le virt cavalleresche.
L'avventura. L'investitura. I tornei. La crociata.
La fine della giovinezza. Il matrimonio.
Arnulfo signore. Un nuovo modo di fare la guerra. Fortificazioni e macchine.
I soldati di ventura. La cavalleria sottomessa. La morte del padre. Bouvines.
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Fine Indice.
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L'avventura di un cavaliere medievale.
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Ai giovani lettori.
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Vieni con me, partiamo per un viaggio avventuroso. Un po' come quegli esploratori che in Nuova Guinea o in Amazzonia cercano di avvicinare trib ancora sconosciute. Anche noi, come loro, cerchiamo degli uomini, i cavalieri. Vogliamo sapere come vivevano e quel che pensavano, ma non  facile.
Infatti, a differenza degli esploratori, noi non dobbiamo addentrarci nelle foreste impenetrabili, ma indietro nei secoli. La cavalleria ha fatto la sua comparsa circa mille anni fa. Un po' pi tardi, fra il 1160 e il 1220, sotto il regno di Filippo Augusto - nella Francia del nord, il paese dove  nata - la troviamo in pieno sviluppo, in tutto il rigoglio della sua adolescenza, come te, non ancora giunta alla piena maturit. E l, in quell'epoca e in quel paese che noi ci trasferiremo per osservarla, raccogliendo tutti i segni che i cavalieri hanno lasciato al loro passaggio e mettendoci d'impegno per seguirne le tracce.
L'ideale sarebbe avvicinarne uno e farlo parlare.  cos che gli esploratori arrivano a conoscere la vita di una trib, familiarizzando con uno dei suoi membri e interrogandolo. Naturalmente, noi non potremo mai incontrare un cavaliere, essere ricevuti nella sua casa, dividere con lui un pasto, fargli delle domande. Ma nonostante questo abbiamo un vantaggio rispetto all'esploratore: a differenza dei selvaggi di cui lui si occupa, la gente del dodicesimo secolo conosceva la scrittura. Di quell'epoca rimangono alcuni testi. Qualche pergamena conservata negli archivi, racconti, storie vere o inventate. Ed  proprio uno di quei testi che ci permette di vedere abbastanza da vicino un cavaliere. Sar lui il nostro testimone principale.
Si chiamava Arnulfo. Figlio del conte di Gunes, era il signore di Ardres, un castello situato nell'attuale dipartimento del Passo di Calais. Lambert, un religioso incaricato di dire Messa al castello, fra il 1194 e il 1203 intraprese il racconto delle gesta degli antenati di Arnulfo, suo signore, e nel corso della narrazione riferisce anche le avventure di quest'ultimo al quale dedic il libro.  Arnulfo il vero eroe del racconto. I suoi fatti e le sue gesta appaiono in una luce vivissima. Ti invito dunque a osservare quest'uomo vivere la sua vita.
Ma la storia scritta da Lambert  breve. Non dice abbastanza. Devo raccogliere informazioni altrove, completare le notizie che possiedo su Arnulfo, utilizzando le testimonianze di altri racconti, come ad esempio quelle di Guglielmo il Maresciallo, un uomo che fu salutato dal suo tempo come il miglior cavaliere del mondo, ed esaminando sia le sculture e i dipinti dell'epoca, sia quegli oggetti, spesso assai umili, che sono i frammenti di armi o di utensili portati alla luce dagli scavi degli archeologi. In questo modo riesco a precisare un po' di pi il profilo di un cavaliere. Ma senza sperare di riuscire a scoprire tutto quello che mi piacerebbe conoscere. Ti avverto: lo storico che studia quei tempi lontani procede a tentoni e alcuni dei nostri interrogativi rimarranno sempre senza risposta.
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L'infanzia del cavaliere.
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La nascita.
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Il castello. Sin dall'inizio ci imbattiamo in un'incertezza: non so con precisione in che anno sia nato Arnulfo, e non sono sicuro che lui stesso, alla fine della sua vita, fosse in grado di dirlo. All'epoca, la data di nascita contava assai meno di oggi. Nel suo racconto, Lambert non l'ha annotata. In compenso, indica quella di un evento ben pi importante nella vita di un cavaliere, la cerimonia con cui, alla fine dell'infanzia ( con questa parola che nel tredicesimo secolo si indicavano i lunghi anni durante i quali i guerrieri realizzavano la propria formazione) questo novizio entrava a far parte della categoria degli adulti, degli uomini veri, della cavalleria, vale a dire si inseriva nella vita vera e propria. Il neocavaliere aveva in genere una ventina d'anni. Io mi baso su questa data, quella in cui gli vennero solennemente consegnate le armi, il 1181, per dire che Arnulfo  nato intorno al 1160.
Il torrione. Nacque nel castello di Ardres, di cui il padre era signore. Voglio prima di tutto che tu abbia chiaro come erano fatti, all'epoca, in Francia, i castelli. E soprattutto, che tu non li immagini come quelli che vediamo lungo le rive della Loira, imponenti come il castello di Pierrefond, o il castello di Tarascona, oppure irti di torrette, come quelli che i pittori hanno rappresentato duecentocinquant'anni pi tardi, sulle pagine delle Trs Riches Heures del duca de Berry, e men che mai come le architetture fiabesche che forse ti hanno fatto vedere a Disneyland. Erano costruzioni estremamente modeste, fatte di terra e legno. Durante la guerra, il castello serviva da riparo ai cavalieri che vi si barricavano per fronteggiare l'avversario. La sua forza fondamentale consisteva dunque nell'ostacolo che opponeva all'assalto di eventuali cavalieri. Spesso l'elemento che veniva sfruttato era una particolare caratteristica del terreno, il braccio di un corso d'acqua, una distesa paludosa (come quella che circondava il castello di Ardres), una scarpata ripida, uno sperone roccioso. Con dei movimenti di terra questa difesa naturale veniva rinforzata. Preceduto da una palizzata, c'era un fossato che era possibile attraversare con un ponte levatoio e che circondava una prima area di protezione detta corte. All'interno, si costruiva un terrapieno, la motta (ben visibile oggi ad Ardres), scavando un secondo fossato circolare e gettando la terra al centro. In cima alla motta si ergeva il torrione. Era una torre quadrata e stretta: la sua superficie interna raramente superava i venti metri quadrati. Non bisogna dunque stupirsi nell'apprendere da una cronaca dell'epoca che un castello fu costruito in tre o quattro giorni: per farlo, bastava una squadra di tre o quattrocento contadini vigorosi armati di pale e di asce. Il castello era anche molto fragile. Una volta preso, veniva immediatamente distrutto dalle fiamme. Il paesaggio era quindi disseminato di rilievi, a testimonianza della presenza di fortificazioni assai sommarie che non erano sopravvissute a guerre precedenti. I signori pi ricchi cercavano quindi di costruire in muratura, sostituendo al legno la pietra. Ma nel 1160 le torri in pietra, nell'Europa del nord, erano ancora assai poche.
I torrioni erano costruzioni per lo pi a tre piani: al piano terra, un ridotto buio per conservare le provviste o tenere i prigionieri; in alto, una postazione per le sentinelle; al piano intermedio, l'ambiente principale a cui si accedeva da una scala mobile e da una porticina che in genere costituiva l'unica apertura. Questo era il luogo pi sicuro del castello, dove il signore custodiva il proprio tesoro. Una notte, come narra la storia dei signori di Amboise, dei nemici, smontando alcune travi al piano terra, penetrarono all'interno di una di queste torri. Sfondarono il soffitto, si arrampicarono al piano intermedio, e qui furono sorpresi di vedere, coricato accanto alla madre, il figlio ed erede neonato del castellano: era quanto egli aveva di pi prezioso al mondo. Non si impadronirono n della dama n del piccino. Quel che volevano era la torre. E questa l'avevano in mano. Presero il letto, con il neonato e la madre, e lo depositarono presso la porta della dimora dove, non lontano, il castellano dormiva tra quattro guanciali. Infatti, in tempi normali, la torre non serviva da abitazione. Non era fatta per questo. Serviva da rifugio estremo in caso di pericolo, ma, soprattutto, quell'edificio verticale che dominava il paese dall'alto con il vessillo piantato sulla cima era l'emblema della potenza del signore, del suo diritto di punire e di giudicare in tutta la contrada circostante.
L'abitazione invece si trovava nella corte, con i suoi annessi, le scuderie, i granai, le botteghe, gli alloggi della servit. Era un edificio in legno generalmente molto semplice, che si componeva di due ambienti separati da un tramezzo, a volte da una tappezzeria. Da una parte, la sala, luogo di ricevimento dove il signore sedeva, pranzava con gli amici e amministrava la giustizia; dall'altra, la camera, privata. Di solito, il fuoco e la cucina si facevano altrove, in una capanna isolata, per il rischio di incendio. Questo assetto era pi che sufficiente. All'epoca la gente viveva all'aria aperta per la maggior parte della giornata. Esistevano tuttavia dimore meno rudimentali, come nel caso di Ardres, e la famiglia di Arnulfo non mancava certo di andarne fiera. Una sessantina d'anni prima della nascita di Arnulfo, il suo bisnonno materno, tornato dalla crociata arricchito e abbagliato da modi di vivere assai pi raffinati, intraprese la ristrutturazione della magione costruita dal padre. Aveva bisogno di un buon falegname, perch non concepiva altra costruzione che in legno. Gli venne raccomandato un certo Luigi, artigiano eccellente, ed egli lo ingaggi. Ancora ai tempi di Arnulfo, quell'opera lasciava a bocca aperta tutta la regione per la complessit e il numero delle stanze. Si parlava dei suoi corridoi e delle sue scale come di un labirinto inestricabile.
La dimora. Oggi di quel maniero non resta pi niente. Ma Lambert l'ha descritto nei minimi particolari e quindi sono in grado di farti visitare il luogo dove Arnulfo trascorse i primi anni di vita. Dopo aver varcato il muro di cinta ed essere entrati nella corte, si passava davanti a una costruzione interamente destinata alla preparazione dei pasti: al piano terra, un allevamento di polli e i grandi salatoi, dove i quarti di maiali abbattuti nel mese di dicembre venivano conservati per un anno intero; al piano superiore, il focolare dove le carni arrostivano e le minestre cuocevano a fuoco lento. L accanto si ergeva la dimora; questa si trovava sul culmine della motta, come la torre che l'aveva preceduta e che ora inglobava. Per una scala si accedeva all'abitazione propriamente detta, situata proprio sopra le cantine dove erano stipati i sacchi di farina, gli otri di birra e le botti di vino. Nel grande salone si entrava direttamente; esso era fiancheggiato da due dispense, una per il pane e l'altra per le bevande, perch era qui, nella sala pi grande, che si apparecchiavano le tavole per i festini cui presiedeva il signore. Una porta la separava dalla camera dove era nato Arnulfo. In un ridotto vicino dormivano le serve che l'avevano allevato; lui aveva diviso con i fratelli e le sorelle una stanza adiacente. Un terzo angolino dove era possibile fare il fuoco, era una sorta di incubatrice: l, nei primi mesi di vita, le nutrici lo avevano trastullato. Sopra (come la vecchia torre, l'abitazione prevedeva tre piani), un'ampia terrazza, dove le sentinelle facevano i turni di guardia e i genitori di Arnulfo salivano a riposarsi e a prendere il fresco. Su questo spazio scoperto si affacciava un dormitorio: qui le sorelle di Arnulfo, una volta diventate grandi, venivano rinchiuse di notte. Un corridoio conduceva alla cappella, tutta decorata con pitture, dove la famiglia si riuniva per pregare intorno a padre Lambert.

Il signore. All'interno di questa fortezza devi immaginare diverse decine di persone che vi abitavano in pianta stabile, e cavalli due volte pi numerosi, scalpitanti nella corte e nelle scuderie vicino alla bella magione che Cristina, madre di Arnulfo, aveva ereditato dagli antenati. Dopo aver sposato Cristina, il padre di Arnulfo, Baldovino, vi si era insediato e ne aveva preso possesso a nome della sposa. Anche Baldovino era un cavaliere. Gli piaceva ricordare che aveva ricevuto le insegne della cavalleria dalle mani di un grande personaggio, l'arcivescovo di Canterbury, Tommaso Beckett, di passaggio in quei luoghi. Ma possedere un castello faceva di lui pi di un cavaliere. Per questo veniva salutato, al pari di un re, con il titolo di sire, parola che equivale a signore. Baldovino era il signore di Ardres, il capo della signoria di cui il castello era il centro. Era responsabile della pace pubblica nella ventina di villaggi e di cascinali dei dintorni. A lui toccava difendere gli abitanti contro le eventuali aggressioni, mettere fine alle dispute e alle risse riconciliando gli avversari, perseguire e punire assassini, ladri e incendiari.
In questo compito era coadiuvato da una piccola schiera di cavalieri, che si stringeva intorno a lui quando, brandendo lo stendardo che sventolava sul maniero, partiva in battaglia, o quando, in caso di allarme inatteso, ordinava di lanciare a suon di tromba il grido del castello. Alcuni di questi guerrieri di professione risiedevano entro la cinta dei fossati. Appartenevano alla casata del signore, alla sua masnada, come si diceva a quei tempi. Mangiavano con lui, dormivano non lontano da lui, nella grande sala. Non lo lasciavano mai. In battaglia, si stringevano intorno a lui, formando una squadra compatta che si chiamava conroi. La maggior parte di loro gli erano parenti stretti, fratelli, cugini germani; alcuni, compagni d'infanzia che erano stati armati cavalieri insieme a lui; altri ancora, figli delle sue sorelle o dei cavalieri del circondario, che i padri gli avevano affidato. L'abitudine a vivere costantemente insieme e in stretto cameratismo teneva uniti questi uomini fra loro e li legava al signore.

I vassalli. Nel territorio dominato dalla torre, che si chiamava distretto del castello, altri cavalieri, nell'ordine di una dozzina o di una quindicina, possedevano una dimora propria, dove vivevano come capi di famiglia. Essi erano al servizio della fortezza. A turno, dovevano compiervi un tirocinio, recandosi a fare un turno di guarnigione per un mese o due. Combattevano sotto lo stendardo del sire e ciascuno di loro riceveva da lui quello che si chiamava un feudo, vale a dire una piccola propriet terriera, oppure il diritto di istituire un'imposta sul luogo che Baldovino gli aveva concesso per contribuire al loro mantenimento. A motivo di quel feudo, tutti gli uomini d'arme del distretto gli avevano reso omaggio.
Cavalieri come lui, questi ultimi si consideravano suoi pari. E tuttavia un giorno, uno dopo l'altro erano venuti a inginocchiarsi ai suoi piedi. In segno di sottomissione, avevano messo le mani giunte tra le sue. Lui li aveva aiutati ad alzarsi e li aveva abbracciati. Si erano scambiati il bacio dell'amicizia. Poi avevano giurato davanti a Dio di essergli fedeli e di non fare niente per nuocergli. Con questi gesti e queste parole si erano riconosciuti vassalli di Baldovino, il quale era divenuto il loro signore. Questi due termini esprimono bene il legame che passava tra i due uomini. La parola vassallo ricordava un fanciullo, la parola signore, un uomo d'et. Entrambi erano tenuti a darsi reciprocamente, per tutta la vita, aiuto e consiglio, come fossero stati parenti. Ma il vassallo era subordinato al padrone del castello come un figlio al padre, era obbligato a rispondere alle sue convocazioni, a sedere al suo fianco quando egli amministrava la giustizia e, a sua volta, a chinare il capo ai suoi verdetti. I doveri nei confronti della fortezza - l'obbligo di accorrere all'appello del grido e di rispettare il turno di guardia in certe date e in certi momenti - costituivano il servizio a cui era tenuto in virt del possesso del feudo, che il signore poteva riprendergli, se, venendo meno ai propri doveri, capitava che egli si mostrasse infedele, fellone. In caso contrario, lo conservava fino alla morte, e il suo primogenito ne entrava in possesso servendolo a sua volta da buon cavaliere.
Sugli abitanti del distretto che non erano cavalieri e su quelli che lo attraversavano di passaggio - mercanti o pellegrini - Baldovino di Ardres esercitava un potere diverso, molto pi pesante. Ma non lo esercitava personalmente. Incaricava due o tre domestici, i prevosti, di farlo in sua vece. Quando Arnulfo era bambino, da quasi un secolo non esistevano pi schiavi fra i contadini, ma tutti venivano duramente sfruttati. Se uno di loro commetteva un reato lieve, un furtarello, se veniva sorpreso a cacciare nel bosco del signore, se aveva portato il bestiame a pascolare sul prato altrui, o se aveva percosso un vicino, il prevosto gli infliggeva un'ammenda, esigeva cio che gli venisse consegnata in mano parte di quei minuscoli pezzi d'argento che i contadini guadagnavano al mercato, nascondendoli poi nelle proprie capanne, e che i viaggiatori portavano ben stretti nelle bisacce. Il prevosto ne teneva uno o due per s. Il resto lo versava al padre di Arnulfo. Per un crimine grave, il prevosto prendeva il malfattore, gli amputava una mano, gli strappava gli occhi oppure lo impiccava, e tutto quello che veniva trovato nella capanna del criminale tornava al signore del castello.  con questa brutalit che Baldovino assicurava alla popolazione della contrada e ai viandanti quel bene preziosissimo che era la sicurezza. In cambio di questo servizio, i prevosti percepivano una tassa sui viaggiatori, il pedaggio. Essi imponevano ai contadini e ai manenti (gli abitanti di un borgo o di un villaggio) di lavorare nel castello alla manutenzione dei fossati e delle palizzate e, armati di fionde e randelli, di seguire a piedi i cavalieri nelle loro spedizioni contro il nemico. Sorvegliavano che a Natale e Pasqua i sudditi portassero nella fortezza di che nutrire la guarnigione - grano, prosciutti, cacciagione - e quando venivano a sapere che in questa o in quella capanna era stato accumulato un po' di denaro, esigevano che ne venisse consegnata una parte al signore. Questo denaro, Baldovino di Ardres lo impiegava per meglio equipaggiare gli amici, i cavalieri, e per compiacerli affinch essi, amandolo di pi, lo servissero con maggior ardimento in battaglia.
Il piccolo principato su cui regnava il signore del castello di Ardres si stendeva fino ai confini delle signorie di cui ciascuno dei castelli vicini era il centro, Boulogne a sud-ovest, a una trentina di chilometri, Saint Omer a sud-est e Bourbourg a nord, a una ventina. A nove chilometri, si ergeva un castello pi antico e potente, quello di Gunes, sede di una signoria pi vasta, una contea. Ardres era situato all'interno di questa contea e per tale ragione il suo sire era tenuto a rendere omaggio al conte di Gunes. Ma la contea di Gunes era a sua volta inglobata in un principato ancor pi vasto e forte, la contea di Fiandra. Il conte di Gunes era vassallo del conte di Fiandra e doveva servirlo, recarsi alla sua corte, accompagnarlo nelle sue guerre. Il conte di Fiandra, poi, era vassallo del re di Francia e lo serviva nello stesso modo in cui i cavalieri suoi fedeli servivano lui. La catena degli omaggi legava quindi i compagni di Baldovino, i guerrieri del castello di Ardres, al re Luigi VII, cavaliere come loro, che nel 1160 teneva corte a Parigi.

Il feudalesimo. Questa organizzazione politica va sotto il nome di feudalesimo. Su di essa riposava la pace del regno. In verit, il sistema funzionava meno bene del dovuto perch la catena degli omaggi era molto ingarbugliata. Cos,  pur vero che i signori di Ardres mettevano le proprie mani, giunte, fra le mani del conte di Gunes, ma le mettevano indirettamente anche in quelle del conte di Fiandra, giurandogli la stessa fedelt. Avevano cos due signori, che potevano usare l'uno contro l'altro, difendendo in tal modo la propria indipendenza. Ed  quanto avevano fatto per lungo tempo. Gli antenati di Cristina, madre di Arnulfo, insieme ai loro cavalieri, erano stati in continua lotta contro i signori del castello di Gunes, e gli avevano tenuto testa. Fino al giorno in cui il conte di Gunes era riuscito a ottenere che quella nipote, erede di Ardres, venisse promessa in sposa a Baldovino, suo primogenito ed erede. Baldovino era cos divenuto vassallo di suo padre. Quel matrimonio aveva sistemato tutto.

La famiglia. Arnulfo aveva una sorella pi grande di un anno. Lui era il maggiore dei figli maschi, ed  per questo che portava quel nome, perch il nonno paterno, conte di Gunes, si chiamava Arnulfo, perch anche il fondatore del castello di Ardres, bisnonno di sua madre, si era chiamato Arnulfo e perch lui era destinato a succedere a entrambi. Oggi, come sai, i genitori danno ai figli il nome che pi desiderano, Pietro, Clemente, Giovanni, Giulia, Ines, Alessandra... ma il cognome non possono sceglierlo. Ora, nel 1160, Arnulfo non era un nome, era una specie di cognome. Esso apparteneva alla famiglia, insieme a qualche altro nome che era stato portato dagli antenati del padre o della madre. Fra questi nomi era possibile scegliere, ma non era consentito prenderne altri da tradizioni diverse. Filippo Augusto, ad esempio, si chiamava Filippo come il nonno, e suo figlio si chiamava Luigi, sempre come il nonno. A volte per il padrino, colui cio che aveva portato il neonato al fonte battesimale e si era impegnato per lui davanti a Dio, se era molto potente otteneva che il bambino prendesse il suo nome per essergli sottomesso come a un padre. Questo  il motivo per cui in Fiandra e dintorni c'erano tanti Arnulfo. Arnulfo (come pure Baldovino) era uno dei nomi dei conti di Fiandra, che per generazioni avevano consolidato la propria autorit sui nobili della regione imponendosi come padrini al momento del battesimo dei loro figli maschi. I cavalieri di nome Arnulfo si contavano a centinaia. Per distinguerli l'uno dall'altro a ciascuno veniva dato un soprannome. Alcuni di questi soprannomi poco alla volta divennero quello che per noi  il cognome, quando pi tardi, alle soglie del tredicesimo secolo, si diffuse l'abitudine di mettere i figli sotto la protezione di un santo del calendario e di fargli portare il suo nome.

Fratelli e sorelle. Dopo Arnulfo e sua sorella, nacquero altri cinque maschi e tre femmine, i primi nella camera del castello di Ardres, le altre in quella del castello di Gunes dove il signore, Baldovino, trasferendosi, and a stabilirsi nel 1169 alla morte del padre. In Europa, nel dodicesimo secolo, le malattie facevano strage di bambini. Nelle capanne dei contadini, come oggi nel Sudan o nello Zaire, ne moriva un buon quarto prima dei cinque anni, e un altro quarto prima dei quindici. Al castello, i figli e le figlie del signore, meglio nutriti, meglio curati e pi robusti, venivano colpiti meno duramente. Non era quindi raro vedere, nelle famiglie dei cavalieri come ad Ardres o a Gunes, dieci figli adulti tutti vivi intorno al padre. Fratelli e sorelle crescevano insieme nella camera e nelle stanze adiacenti. Giocavano, non sappiamo bene come, perch gli scrittori del dodicesimo secolo si interessavano poco ai bambini. Esiste qualche testimonianza archeologica, resti di giocattoli molto semplici - bambole, piccoli archi - scoperti a volte sul luogo dove sorgevano le dimore di quei tempi. Guglielmo il Maresciallo ricordava di aver giocato all'altalena e a un altro gioco che consiste, come il mikado, nel prendere da un mucchio uno a uno dei bastoncini di legno senza muovere gli altri. Immagini pi recenti che risalgono al quindicesimo o sedicesimo secolo fanno pensare che i giochi di quell'epoca, estremamente semplici giochi con la palla o con le biglie - assomigliassero molto a quelli che fanno oggi i bambini del terzo mondo.
Dal racconto di padre Lambert apprendo che i bambini del castello di Ardres andavano a sguazzare in uno stagno ai piedi della fortezza.  tutto quanto sono in grado di dirti in proposito.




La formazione

L'educazione delle figlie. Quando i maschi raggiungevano i sei o sette anni, si incominciava a vestirli in maniera diversa dalle femmine, da cui venivano separati. Loro lasciavano la casa. Le sorelle invece restavano. Di notte venivano tenute sotto stretta sorveglianza, ai piani superiori del castello, accanto alle serve addette alla loro custodia, e la giornata la trascorrevano nel frutteto, una parte della corte recintata e piantata ad alberi, o in camera. La camera era il soggiorno delle donne. Qui esse vivevano intorno alla signora. Cos veniva chiamata la sposa del signore.
La signora era la madre di famiglia. Metteva al mondo gli eredi del signore. Li accudiva durante la prima infanzia. Al fianco del marito, vegliava sulla vita della casa, custode dei gioielli, degli abiti e della dispensa. Dalla cintura le pendevano le chiavi degli scrigni e tutte le donne del castello erano sottoposte al suo potere, un potere che essa esercitava con durezza. Comandava a bacchetta un esercito di serve, fanciulle che era andata a scegliere personalmente, giovinette, nei villaggi della signoria, tra le figlie dei contadini. Le correggeva con violenza. Capitava anche che, in un accesso di collera, ne uccidesse qualcuna con le proprie mani (ci tengo a farti capire quanto l'epoca di cui ti sto parlando fosse ancora selvaggia).
Uno dei compiti principali di queste donne era quello di lavorare la lana, il lino e la canapa. Il castello era anche una piccola fabbrica di filatura e tessitura dove si confezionavano quasi tutti i tessuti di cui si serviva la famiglia. La signora si dedicava personalmente a ornare di ricami i tessuti pi ricchi, dai colori vivaci, che erano stati acquistati presso i mercanti di passaggio per confezionare gli abiti dei signori e dei loro amici, oppure per stenderli sui letti o appenderli alle pareti. L'arte della tessitura, insieme al canto e alla danza, era l'aspetto sfarzoso della vita cavalleresca. Ma i tessuti sono delicati. Di quell'arte non resta quasi pi niente. Possiamo farci un'idea dell'abilit delle ricamatrici dai pochi pezzi che non sono andati distrutti, come la lunga striscia coperta di figure detta Tappezzeria di Bayeux, eseguita in Inghilterra verso il 1080. Cristina, madre di Arnulfo, mostrava alle figlie come usare il telaio e l'ago, preparandole a decorare, pi tardi, la propria dimora. Insegnava loro anche a cantare, a danzare e, naturalmente, con l'aiuto di un religioso, a pregare in maniera conveniente. Se sapeva leggere, insegnava loro anche la lettura: sembra che alla fine del dodicesimo secolo si trovassero pi analfabeti fra i cavalieri che fra le loro spose. Cos le figlie della nobilt venivano educate e formate a condurre la vita di donne maritate e a diventare a loro volta delle signore.
Ben presto il padre avviava delle trattative con le famiglie con cui desiderava allearsi. Allora offriva in moglie una delle figlie. Si discuteva. Una volta raggiunto un accordo, i genitori del maschio accompagnavano il figlio al castello. Spesso soltanto allora egli vedeva per la prima volta quella che sarebbe divenuta sua moglie. Si procedeva quindi al fidanzamento, un patto concluso con la massima solennit tra le due casate. Il padre prendeva la mano della figlia e la poneva in quella del ragazzo. Con questo gesto essi erano uniti. Ma occorreva ancora pronunciare delle parole, perch i preti esigevano che i due fidanzati esprimessero personalmente il proprio consenso. Ci non sempre accadeva senza difficolt. A volte la fanciulla recalcitrava protestando di amare un altro. Ridurla al silenzio, punirla fino a farla sottomettere alla volont paterna richiedeva tempo, e si era quindi costretti a rimandare la cerimonia ad altra data. A volte accadeva anche che le famiglie decidessero della sorte di una figlia quando questa era in fasce e non parlava ancora. Ci era accaduto a Cristina, madre di Arnulfo. Il giorno del fidanzamento non aveva potuto dire niente. Aveva semplicemente sorriso, e ci si era accontentati di quel sorriso. Le nozze, naturalmente, avevano luogo in un secondo tempo. Tuttavia, si riteneva che fin dai dodici anni le figlie femmine fossero in et da marito. Era dunque allora che per lo pi esse lasciavano la camera dove erano nate. Un corteo in festa le accompagnava alla dimora del promesso sposo.
Divenuto conte di Gunes alla morte del padre, Baldovino era un signore potente. Per questo riusc ad accasare tutte le figlie. Molti cavalieri non vi riuscivano. Per le figlie maggiori, al padre non era difficile trovare marito. Ma le altre gli rimanevano sulle spalle. E invecchiavano. Quelle che non sopportavano di vivere sottomesse all'autorit della cognata, la moglie del fratello divenuta la padrona della loro casa natale, decidevano di finire i propri giorni in un monastero. Per accoglierle, da un secolo i conventi femminili della regione si erano moltiplicati. La prozia di Arnulfo ne aveva fondato uno nei dintorni di Gunes. Esso offriva rifugio alle vedove dei cavalieri della contea e alle figlie femmine che i padri non erano riusciti ad accasare.

Le scuole. I maschi lasciavano la casa paterna molto prima delle sorelle. La lasciavano col cuore gonfio, da soli, o tutt'al pi accompagnati da un servitore. Per questi figli tanto giovani, la partenza era uno strappo doloroso. Rimanevano segnati per tutta la vita dalla ferita di questa rottura brutale, della separazione dalla madre e dalle nutrici che li avevano allattati e vezzeggiati. Conservavano la nostalgia di quel nido di dolcezza da cui avevano tratto forza. L'immagine della madre perduta li perseguitava. Guglielmo il Maresciallo non aveva dimenticato il triste mattino quando aveva dovuto mettersi per via e, non appena ne aveva avuto la possibilit - ma si tratt di una ventina d'anni dopo - aveva fatto ritorno per riabbracciare la madre e le sorelle, le donne di cui aveva sempre sentito la mancanza. Del padre invece non parlava mai.
Infatti, ai tempi dei cavalieri, fra il padre ancora giovane che non voleva cedere alcuno dei propri poteri e i figli che crescevano sognando l'indipendenza e reclamando denaro per vivere a modo proprio, i rapporti non erano facili. Senza dubbio  anche per questa ragione che era invalso l'uso di mandare i maschi altrove a perfezionare la propria educazione e ad apprendere il mestiere della cavalleria.
Per alcuni di loro - come per due dei fratelli di Arnulfo, Baldovino e Gilles - il mestiere sarebbe stato la preghiera. Il padre aveva deciso che non sarebbero diventati cavalieri bens preti o monaci. Essi partivano dunque per raggiungere uno degli zii nella cattedrale della citt vicina o nell'abbazia della regione. Qui, venivano mandati a scuola. Quel che si intendeva con questa parola, nel dodicesimo secolo, assomigliava assai poco alle scuole o ai licei che tu conosci, dove gli alunni passano come te da una classe all'altra e da un insegnamento all'altro. A quel tempo, le scuole riunivano per diversi anni ragazzi di tutte le et intorno a un solo maestro, il cui compito era quello di portarli poco a poco a sapersi servire in maniera adeguata dei libri fondamentali del cristianesimo, della Bibbia, dei commenti alle Scritture e dei testi che venivano letti durante gli uffici religiosi. Tutti questi libri erano scritti in latino. All'apprendimento della lettura seguiva quindi lo studio della grammatica e dei vocaboli latini. Il maestro sceglieva uno di quei testi, ne leggeva un passo, spiegava il senso delle parole e delle frasi e poi, a partire da quell'esempio, insegnava come comporre un discorso e condurre una discussione. L'insegnamento aveva un unico scopo, preparare a servire Dio, vale a dire ad adempiere a una funzione che quella societ giudicava fondamentale.

Il cielo e l'inferno. Tutti infatti, all'epoca, erano convinti che la realt non fosse limitata a quel che si vede, ma che esistesse un altro mondo, sovrannaturale, dove le anime, separate dal corpo al momento della morte, continuavano a vivere, e che, da quest'altro mondo, forze invisibili agissero costantemente sulla terra. A parte gli Ebrei che formavano importanti comunit nelle citt e che all'epoca, nel 1160, non venivano neanche troppo maltrattati, tutti condividevano la fede cristiana, in Dio Padre e in Ges Cristo, che ben presto sarebbe tornato a giudicare i vivi e i morti resuscitati, ripartendoli tra il Paradiso e l'Inferno. Sui portali di certe chiese gli scultori avevano rappresentato la scena del Giudizio Universale dove si potevano vedere i peccatori torturati per l'eternit dai demoni. Tutti temevano di condividere la loro sorte e pensavano di evitarla astenendosi dalle cattive azioni, ma soprattutto inginocchiandosi a mani giunte, come un vassallo ai piedi del suo signore, davanti all'Onnipotente o anche davanti ai santi che formavano la sua corte celeste, in tal modo offrendosi, affidandosi e aspettando da loro intercessione e protezione contro la collera divina. Ma, sia i cavalieri sia gli abitanti delle citt e i contadini, contavano prima di tutto sull'assistenza dei preti e dei monaci. Li incaricavano infatti di pregare in loro vece, di intercedere per la loro misericordia e di salvarli dall'Inferno.
Per guadagnare il Paradiso non si badava a spese. Ogni signore, per poco che potesse, faceva costruire nel proprio maniero una cappella. Se era ricco, aveva mire pi grandi: costruiva una chiesa o un monastero dove insediava una piccola comunit di preti o di monaci, a cui dava da mangiare come faceva con i cavalieri, e che incaricava di pregare notte e giorno per lui, per i suoi antenati e per tutti i componenti della casata. Cos, nel 1084, il padre di una bisnonna di Arnulfo aveva fondato, non lontano dal castello di Gunes, l'abbazia di Ardres. Quindici anni prima, il nonno di una delle sue nonne aveva fondato un collegio di dieci canonici a fianco del castello di Ardres; qui, tutti i giorni, veniva a sedersi fra loro al momento dell'ufficio, a cantare i salmi con quegli uomini di chiesa di cui alcuni erano suoi zii e cugini, e gli altri zii e cugini dei suoi vassalli, e a distribuire le elemosine ai poveri; fino al 1144 i suoi discendenti avevano fatto la stessa cosa, prima che i canonici venissero sostituiti dai monaci di un'abbazia della regione.

I monaci. Nei luoghi di culto annessi al maniero del signore venivano seppelliti i morti della famiglia. Nel monastero di Ardres riposavano tutti gli antenati del signore, il conte di Gunes e i cavalieri del paese che erano stati suoi fedeli. Infatti, il compito principale dei maschi che partivano per andare ad apprendere il latino a scuola era quello di vegliare sui defunti e recitare formule che li mettessero in buona luce davanti al grande Giudice il giorno della resurrezione. Alla famiglia del signore questi uomini rendevano anche altri servigi. Di tanto in tanto spiegavano con un sermone come comportarsi per riuscire graditi a Dio. Sapendo leggere e far di conto, aiutavano ad amministrare la signoria in un'epoca in cui l'uso della scrittura andava diffondendosi rapidamente. Erano infine loro che mantenevano viva la memoria degli antenati e che a volte prendevano la penna per raccontarne le imprese, come fece padre Lambert, addetto al servizio religioso presso il castello di Ardres, dal quale ho appreso tutto quello che sono in grado di dirti su Arnulfo.
I figli dei cavalieri, una volta ottenuto un incarico presso una cattedrale o un'abbazia, potevano sperare, se sostenuti da uno dei propri parenti, di salire di grado e venire eletti vescovi o abati. In tal caso diventavano a loro volta signori. Infatti, nel corso del secolo precedente, le istituzioni religiose avevano beneficiato di grosse donazioni. Possedevano gran parte della terra nelle campagne e nelle citt; avevano il potere di comandare e di punire un gran numero di cittadini e di contadini; possedevano castelli difesi da propri cavalieri. Ai monaci e ai preti era fatto divieto di versare il sangue; essi non potevano quindi maneggiare la spada e combattere, ma inforcavano volentieri il cavallo ed era ancora possibile vedere molti vescovi che, non resistendo al piacere di indossare una corazza, brandivano lo stendardo della propria chiesa e guidavano contro il nemico l'esercito dei propri vassalli.

Leggere e scrivere. Infatti, i maschi che avevano preso l'abito talare conducevano una vita molto simile a quella dei loro fratelli e cugini cavalieri. A meno che non fossero entrati in un monastero dove la regola era rigida e si rispettava severamente il divieto di uscire nel mondo, le occasioni che avevano di incontrarli erano molte. Andavano a caccia insieme a loro, sedevano alla stessa tavola, parlavano e li mettevano a parte del proprio sapere svelando loro un po' di quel che era scritto nei libri; all'occorrenza, scrivevano sotto loro dettatura. Infatti, nel 1160 - o meglio fra il 1170 e il 1175, perch Arnulfo, da quando abbiamo incominciato a parlarne,  cresciuto - nella Francia del nord, pochissimi erano i cavalieri che sapevano scrivere. Si trattava infatti di un apprendimento che non solo non sembrava indispensabile, ma neanche utile, e imparare a leggere non faceva parte della loro educazione. In compenso, dovevano esercitarsi a parlare bene. Nelle assemblee della cavalleria, a corte, quelle riunioni dove i vassalli venivano a sedersi intorno al signore per esercitare la funzione di consiglieri e per amministrare con lui la giustizia, tutto veniva regolato con le parole. Tutte le conoscenze, tutti i racconti, tutto quel che noi oggi leggiamo nei giornali o nei libri, allora si trasmetteva oralmente. E se gli uomini di guerra erano per lo pi analfabeti, come minimo avevano su di noi questo vantaggio: la loro memoria, costantemente esercitata, era agile, fedele, profonda, quasi come quella del tuo computer.

Nella foresta. Parliamo ora dei giovani chiamati a diventare cavalieri. Allontanati dalla casa paterna, spesso venivano accolti in quella del fratello della madre. Il dovere dello zio materno era infatti quello di vegliare in maniera speciale sui figli delle sorelle e di aiutarli nella vita. Tra di loro si stabiliva un legame d'affetto molto stretto, il pi stretto di tutti, assai pi che tra padre e figlio;  questo legame che, ad esempio, unisce nella leggenda Orlando a Carlomagno. Tuttavia, il pi delle volte il padre affidava il figlio al proprio signore.  quanto fece Baldovino. Lui, che esigeva dai cavalieri in servizio al castello che gli affidassero i propri figli, a sua volta invi Arnulfo presso il conte di Fiandra, suo signore, il quale teneva a educare personalmente tutti i futuri signori della regione.
Il sistema politico detto feudalesimo poggiava interamente sull'amicizia tra il signore e i suoi vassalli. Un'amicizia che si creava con la cerimonia dell'omaggio, ma che bisognava alimentare costantemente, tenere viva attraverso il contatto personale. Questo era il motivo per cui i cavalieri, durante il tirocinio al castello, oppure quando il signore - colui al quale avevano giurato fedelt - li convocava a corte, erano tenuti a recarsi periodicamente presso di lui e vivere qualche giorno in sua compagnia.
Certamente egli disponeva di un altro mezzo per unirli saldamente a s: quello di porli sotto la propria autorit fin dall'infanzia, diventare per loro un secondo padre, pi rispettato e amato del padre vero. E il signore lo diventava davvero, per il ragazzino di sette anni che gli si presentava davanti, disorientato, a volte dopo un lungo viaggio: Guglielmo il Maresciallo, ad esempio, aveva dovuto attraversare la Manica per raggiungere il signore di Tancarville a cui il padre l'aveva affidato.
Il bambino entrava in una casa pi grande di quella dove era nato, prendeva posto in una famiglia pi numerosa perch il padre era generalmente meno ricco del signore o del cognato. In questo castello meglio costruito, pi ampio, pi bello, per circa dodici anni egli avrebbe mangiato alla tavola del signore, all'inizio occupando l'ultimo posto, e poi avvicinandosi a lui, man mano che cresceva. A volte avrebbe dormito ai piedi del suo letto. La signora avrebbe sostituito la madre da cui era stato separato. Egli avrebbe cercato di brillare ai suoi occhi per guadagnarsi l'affetto del signore suo consorte. Per compiacere entrambi ed essere trattato bene avrebbe fatto del suo meglio, impegnandosi a fondo per diventare un prode, vale a dire un guerriero coraggioso.
A questo scopo bisognava prima di tutto educare il suo corpo perch fosse agile e robusto, e il suo cuore perch fosse generoso. Fin dal momento dell'arrivo lo si faceva avvicinare al cavallo. Nelle scuderie, nella fucina, e nel capanno dove si costruivano le selle, i palafrenieri e i ragazzi pi avanti di lui nell'apprendistato gli insegnavano a nutrirlo, a curarlo, a regolare e a riparare la bardatura. Poco a poco avrebbe acquistato familiarit con quello che sarebbe diventato lo strumento pi prezioso del suo mestiere, il pi delicato, il pi difficile da maneggiare.
Allo stesso tempo avrebbe preso confidenza con la natura incontaminata. All'epoca essa era molto pi rigogliosa, esuberante e invadente di quanto non lo sia ai nostri giorni; assai pi generosa, essa profondeva cibo, materiali e medicamenti in quantit, ma era anche molto pi pericolosa. Come oggigiorno nella giungla del Borneo o nella foresta dell'Amazzonia, nessuno poteva cavarsela senza conoscerne perfettamente le risorse e i tranelli. Nel dodicesimo secolo, ovunque i contadini non facevano che dare fuoco ai terreni incolti creando nuovi campi, e gli spazi coltivati aumentavano a vista d'occhio. Ma nonostante ci, il paesaggio era per lo pi ancora occupato da boschi, lande e paludi. Le grandi foreste dell'Ile de France di cui a Montmo-rency, a Senlis, a Rambouillet rimangono resti che a te sembrano immensi, erano molto pi fitte, pi compatte, pi impenetrabili di quanto non lo siano oggi quelle dell'Africa centrale. Nel 1179, quando Arnulfo terminava la propria formazione di cavaliere, Filippo, il primogenito del re di Francia che all'epoca aveva quattordici anni e che ci si apprestava a condurre a Reims per incoronarlo re, vi si perse; lo si diede per morto. Pi morto che vivo era infatti quando ricomparve due giorni dopo e sembra che per tutta la vita sia rimasto sconvolto dal trauma di questa disavventura. Il bosco fitto e frondoso, la landa brumosa, facevano paura. Li si pensava popolati di personaggi strani, di fate, di animali mostruosi, di draghi. Ed  ben vero che si rischiava di farvi cattivi incontri!
Quelle plaghe selvagge non erano deserte. Vi si nascondevano criminali in fuga, fuorilegge, briganti. Quanto ai guardiani di porci, ai taglialegna, ai braccianti, assai numerosi, che sfruttavano quelle terre incolte e ne traevano legna da ardere, travi, carbone, ferro, vetro per distribuirli ai villaggi e alle citt, e che vivevano l, tra gli alberi e la boscaglia, lontani dai loro consimili, non erano molto pi rassicuranti. Anche ai cavalieri pi coraggiosi capitava di tremare, quando si trovavano all'improvviso faccia a faccia con questi uomini dei boschi, neri, irsuti, pelosi e puzzolenti come cinghiali.
Animali di tutte le dimensioni abbondavano in queste distese pericolose. Esse costituivano immensi territori di caccia e i signori incominciavano a preoccuparsi dell'avanzata del dissodamento delle terre vergini e cercavano di mettervi riparo. Insieme alla guerra, la caccia era infatti la loro occupazione principale. L'amavano perch erano ghiotti della carne della selvaggina, grigliata e arrostita sulla fiamma; era, quello, il cibo per eccellenza dei nobili. Ma l'amavano soprattutto perch si divertivano a stanare la preda, a braccarla, a ucciderla. Alcuni animali erano avversari temibili e non sempre l'uomo usciva vivo dal combattimento. La caccia richiedeva audacia, grande resistenza e una conoscenza approfondita delle abitudini di ogni specie di animali. Il buon cacciatore doveva saperne individuare le tane e i segni del passaggio; doveva saper fare le poste, interpretare rumori e richiami; sventarne le astuzie, identificarli alla minima orma; e poi ancora, guidare i cani, la muta dei molossi, anch'essi molto pericolosi, che venivano allevati al castello dove i sudditi della signoria avevano l'obbligo di nutrirli: bestie enormi che inseguivano i cervi fino a che questi, sfiniti, crollavano sotto i loro morsi, e che lottavano a morte contro i lupi e gli orsi. Nelle dimore dei signori pi altolocati, dove si viveva alla maniera dei re, si addestravano volatili da preda - in particolare i falconi - per la caccia agli uccelli: si acquistava destrezza nell'arte della falconeria solo dopo un lungo esercizio. In ogni modo, per formare un buon cacciatore occorrevano tempo e perseveranza. Ma ci significava al tempo stesso formare un buon guerriero, perch la caccia assomigliava molto alla guerra. Era uno sport altrettanto violento, quasi altrettanto cruento e che, come la guerra, si praticava a squadre, fra compagni molto affiatati, abituati a lavorare insieme, nella fiducia reciproca, a piccoli gruppi disseminati su un territorio pieno di insidie, che utilizzavano un linguaggio particolare, appelli, grida e suoni di corno per coordinare le manovre.
L'addestramento del cavaliere iniziava dunque con la caccia e con l'equitazione. I ragazzi, giovanissimi, venivano lasciati soli nei boschi e nelle lande. Imparavano correndo dietro al signore, ai suoi amici, ai suoi servitori e ai loro cani quando essi si lanciavano all'inseguimento del cinghiale, della volpe o del cervo. Tra una battuta di caccia e l'altra, si esercitavano al tiro con l'arco. Pi tardi, ormai adulti e muniti di spade e di lance, disdegnavano quell'arma popolare e cessavano di servirsene. Ma per il momento, divertendosi a tirare agli uccelli attraverso il folto dei boschi, imparavano ad appostarsi, immobili e pazienti, a dominare i nervi, a mirare bene e, al tempo stesso, nelle profondit delle foreste, si iniziavano ai misteri della natura.

L'uso delle armi. A diciotto anni tu sarai maggiorenne. Nel dodicesimo secolo i maschi lo diventavano quattro anni prima. Non avevano finito di crescere, ma venivano giudicati capaci di sposarsi, di costruirsi una propria famiglia insieme alla fidanzata e, all'occorrenza, se il padre fosse morto, di prestare omaggio, riceverlo e assumere il governo di una signoria. A quattordici anni, Filippo Augusto fu incoronato re di Francia. Ma, normalmente, l'educazione del cavaliere non era terminata. Da quel momento entrava nella seconda fase, la pi importante.

Il cavallo. Nel corso dei giochi preparatori nella foresta, gli adolescenti avevano imparato a resistere alle intemperie, a rimanere a lungo in agguato, a tendere un'imboscata; con il corpo ormai sufficientemente agguerrito, erano in grado di seguire il padre adottivo e i suoi cavalieri nelle spedizioni militari senza essergli troppo d'impaccio e anzi, rendendo loro qualche servigio. A quegli uomini d'arme essi facevano da scudieri. La parola deriva da scudo. Per consentire ai cavalieri di arrivare sul luogo del combattimento in piena forma, gli scudieri avevano l'incarico di trasportare fin l il loro equipaggiamento, e in particolare quell'arma difensiva pesantissima che era, appunto, lo scudo. Questa funzione subalterna li assimilava ai domestici di basso rango che servivano la cavalleria. E tuttavia, era caracollando al fianco dei guerrieri, gettandosi nel pieno della mischia, eventualmente prestando loro man forte, risollevandoli da terra se venivano disarcionati, portando loro una nuova cavalcatura che imparavano veramente a battersi, abituandosi, nelle peripezie del torneo o delle razzie, a maneggiare con sempre maggior perizia le armi e soprattutto il cavallo e a farne un uso sempre pi abile.
Nel mondo cavalleresco questi animali erano oggetto di altrettanta considerazione, cura, brama delle automobili da corsa o delle super moto dei nostri tempi. I signori pi ricchi se ne disputavano gli esemplari migliori, si rovinavano per acquistarli e i mercanti di cavalli erano tra gli uomini d'affari pi facoltosi. Se nel secolo che aveva preceduto la nascita di Arnulfo ci si era dati da fare per metter su tante fucine e perfezionarle, era stato prima di tutto per ferrare i cavalli da guerra, e i tipi di cuoio pi resistenti servivano a fabbricare i finimenti: le briglie e le selle.
All'epoca, tutto quel che riguardava la cavalleria occupava nella vita quotidiana lo stesso posto che oggi compete all'officina meccanica, alla pompa della benzina, al parcheggio e alla contravvenzione. Ai contadini era fatto obbligo di trasportare nella fortezza vicina al villaggio grossi carichi d'avena e anche buona parte della terra coltivata era destinata all'approvvigionamento delle scuderie feudali. Non dimenticare che anche il pi modesto castello, dando ospitalit, come quello di Ardres, a una ventina di cavalieri, doveva nutrire almeno un centinaio di cavalli.
Ogni guerriero doveva averne a disposizione cinque o sei. Il cavallo era prima di tutto un aiutante assai fragile. Durante i combattimenti si rendeva quasi sempre necessario sostituirlo perch veniva ferito, ucciso, catturato dal nemico, o semplicemente perch era sfinito. Inoltre, fra i cavalli da guerra passava tanta differenza quanta fra una vettura sportiva e una camionetta. A seconda della qualit, venivano destinati a compiti diversissimi. I meno buoni, detti ronzini, e le giumente servivano per trasportare persone e masserizie. Alle azioni militari partecipavano solo gli stalloni di razza (i migliori, detti di Spagna, provenivano dagli allevamenti arabi dell'Andalusia), quelli che venivano chiamati destrieri, perch si conveniva condurli con la mano buona, la destra. Alcuni diventavano famosi per le loro prodezze; a corte venivano individuati per nome. Non li immaginare leggeri e slanciati come gli attuali cavalli da corsa, ma molto pi tozzi, di struttura molto pi massiccia. Dovevano essere in grado di portare al galoppo un centinaio di chili: il peso del cavaliere e della sua armatura. Oltre alla robustezza, in questi animali si apprezzava la capacit di resistere senza perdere la testa in mezzo al tumulto della battaglia.
I futuri cavalieri si esercitavano quindi ad acquisire maestria con i destrieri e a sfruttarne tutte le risorse. Da giovanetti, avevano imparato a strigliarli e si erano abituati a montarli. Tra i quattordici e i vent'anni imparavano a utilizzarli al meglio. Non era certo cosa da poco domare un cavallo gagliardo e focoso, dominare la sua paura sul campo di battaglia, rimanere imperterriti al momento decisivo, o acquisire in sella la perfetta agilit di movimento indispensabile a chi doveva maneggiare lancia e spada, pur continuando a guidare la propria cavalcatura. Formare un guerriero avvezzo alla difficilissima arte della scherma a cavallo richiedeva anni. Per allenare gli scudieri gli si affidavano i cavalli pi indocili, che essi dovevano domare in una specie di rodeo, sotto l'occhio vigile degli istruttori, nella corte del castello. Da questi esercizi uscivano coperti di ferite e bernoccoli, e non di rado nelle competizioni in cui i cavalieri gareggiavano in audacia per conquistare la stima del signore accadevano incidenti gravi, come ai nostri giorni quando i motociclisti si lanciano le loro sfide temerarie. Tutto questo lo so dalle cronache dell'epoca: molti giovani vi lasciavano la vita; altri, rimasti storpi o ciechi, perdevano ogni possibilit di venire ammessi tra gli uomini d'arme. Spesso, come le zitelle, finivano i loro giorni in monastero.

La spada. I destrieri di razza costavano molto cari, e cos pure le buone armi, che venivano fatte oggetto della cura pi attenta. Gli scudieri passavano ore e ore ad affilarle e a lustrarle per proteggerle dalla ruggine. Ma pur con tutto questo, le armi si rovinavano. Da ogni tenzone uscivano tutte contorte e ammaccate e occorreva aggiustarle e raddrizzarle. Inoltre passavano rapidamente di moda. Il perfezionarsi dei metodi di combattimento e l'orgoglio del cavaliere, preoccupato di non mostrarsi ai compagni equipaggiato di armi antiquate, costringevano a procurarsene sempre di nuove. Quelle vecchie venivano portate alla fonderia per recuperare il metallo. Ci spiega il motivo per cui praticamente non esistono pi armi del dodicesimo secolo. Quelle che puoi vedere nei musei, infatti, sono o molto pi recenti o molto pi antiche. Queste ultime, risalendo al primissimo Medioevo e all'epoca precedente al Cristianesimo, quando i guerrieri venivano sepolti armati di tutto punto, sono state conservate nelle tombe.  dunque quasi esclusivamente grazie alle rappresentazioni, alle illustrazioni dei manoscritti e alle sculture che  possibile immaginare gli armamenti di cui il giovane Arnulfo impar a servirsi.
La spada troneggiava al centro della panoplia del cavaliere. Ancor pi del cavallo e degli speroni era l'emblema dei suoi poteri e dei suoi privilegi. Il gladio di cui si cingeva Baldovino, padre di Arnulfo, assomigliava molto a quello che portavano i Franchi al tempo di Clodoveo, i Vichinghi al tempo di Carlo Magno e tutti i guerrieri che nel corso dei secoli precedenti avevano trionfato ed esteso le proprie conquiste grazie a questo splendido strumento. Era un'arma cos efficace che i prncipi musulmani la acquistavano a qualsiasi prezzo e il suo contrabbando era molto attivo, nonostante le misure prese dai prncipi della Chiesa per impedire che fosse venduta ai nemici di Cristo. I procedimenti sapienti che davano elasticit e mordente al ferro di cui era fatta la spada erano infatti in uso da molto tempo nell'Europa del nord, e la sua forma, perfettamente adatta al combattimento a piedi corpo a corpo, non era mai cambiata. La spada era stata concepita per penetrare le difese dell'avversario con la stoccata, cio con la punta: a questo scopo era lunga pi di un metro; era stata concepita anche per squarciare il corpo dell'avversario, che veniva attaccato alla testa o alle membra, di taglio, con il fendente: a questo scopo era spessa, pesava da due a tre chili e aveva l'impugnatura abbastanza alta per poterla prendere con entrambe le mani e assestare un colpo. Il modo in cui questi elementi erano disposti le conferiva l'aspetto di una croce e ci, per dei guerrieri cristiani, ne rafforzava il valore simbolico. Spesso le reliquie di un santo racchiuse nel pomo la rendevano ancor pi sacra, avvalorando la potenza misteriosa di cui la si credeva dotata. Il cavaliere trattava la spada come una persona. Come il suo destriero, come la sua sposa, come lui stesso. La spada aveva un nome. Non abbiamo certo dimenticato che quella di Orlando si chiamava Durlindana e quella di Re Art, Excalibur.

La lancia. Tuttavia, negli anni in cui Arnulfo di Ardres completava la propria educazione, l'arma offensiva del cavaliere non era pi la spada, bens la lancia. Di questa asta di legno duro che terminava con una punta di ferro ci si era a lungo serviti come di un giavellotto, lanciandola da lontano sull'esercito nemico per disorganizzarne le fila prima di attaccarlo con la spada. Ma si era dimostrato che era meglio andare all'attacco tenendo la lancia in mano, perch la sua forza di penetrazione, non derivando soltanto dalla forza dell'uomo ma anche dal peso della sua cavalcatura lanciata alla carica, aumentava notevolmente. Doveva essere pi grossa per non spezzarsi nell'urto, e anche pi lunga, fino a due metri e mezzo, cosa che la rendeva pi difficile da maneggiare. In questo modo, sfondare l'armatura del cavaliere avversario o disarcionarlo era molto pi facile.
Quando giungeva in vista del nemico, il cavaliere scendeva dal ronzino che lo aveva portato fin l; inforcava il destriero che un garzone aveva accompagnato tenendolo per la briglia; prendeva dalle mani dello scudiero addetto al proprio servizio prima lo scudo, che si aggiustava sul braccio sinistro, e poi la lancia, che teneva dritta, verticale, mentre avanzava al trotto verso la squadra avversaria. Quando mancavano soltanto una trentina di metri, spronava il cavallo e si precipitava a tutta velocit, la lancia solidamente bloccata sotto l'ascella destra, orizzontale, puntata obliquamente sull'avversario prescelto, che abbordava dalla parte del fianco sinistro.
Questo modo di giostrare si era diffuso da un secolo nella Francia del nord e aveva portato a diverse modifiche dei finimenti, costringendo soprattutto a sollevare gli arcioni della sella per rendere pi salda la posizione seduta del cavaliere. Quest'ultimo faceva ormai corpo unico con la cavalcatura, la cui funzione assumeva un'importanza maggiore. Il cavallo non era pi semplicemente una specie d'insegna distintiva che dimostrava la superiorit sociale del cavaliere; non serviva pi principalmente a cogliere di sorpresa la falange nemica, a prenderla alle spalle, a disunirla, prima che i contendenti mettessero piede a terra per cimentarsi nel corpo a corpo. Ora - siamo verso il 1175 - quando Arnulfo si allenava, era la carica al galoppo di uno squadrone di cavalieri, incollati al loro destriero, a decidere dell'esito di un combattimento e la lancia costituiva la punta di questa irresistibile forza d'urto.
Battendosi in questo modo, i cavalieri rischiavano ancora di pi. Per meglio proteggere il corpo, i tre pezzi di cui si componeva il loro equipaggiamento difensivo - quelle armi che Arnulfo insieme ai suoi compagni scudieri lustrava e trasportava durante le marce di avvicinamento - erano diventate pi resistenti e pesavano ora una trentina di chili. Dopo essersi vestiti di una spessa imbottitura che attutiva i colpi e attenuava l'attrito del metallo, il guerriero infilava l'usbergo, una camicia di maglia metallica. Questa, che una volta ricopriva soltanto la schiena, col tempo aveva assunto la foggia di un abito che arrivava a met coscia e in vita era stretto dalla cintura; poi vi si erano aggiunte maniche, gambali, guanti e un cappuccio che avvolgeva il collo e la testa.
Cos coperto di ferro da capo a piedi, il guerriero, per non morire di caldo, indossava un abito di tela, la cotta d'arme. All'ultimo momento, un attimo prima di affrontare il nemico, lo scudiero gli copriva la testa con un casco, l'elmo, che egli fissava all'usbergo con dei lacci passati attraverso gli anelli. Gli elmi erano ancora per lo pi delle calotte di metallo a forma di cono, che davanti al viso si prolungavano in una placca rettangolare, il nasale. Ma si perfezionarono rapidamente, come  accaduto nel giro di pochi anni al casco dei motociclisti, divenuto poco a poco integrale; al tempo in cui Arnulfo era giovane se ne vedevano gi alcuni che chiudevano completamente la testa in una specie di scatola, aperta soltanto da una minuscola feritoia per gli occhi. Colui che si accingeva al torneo si riparava infine dietro allo scudo, un triangolo di legno curvo. Abbastanza ampio per proteggere tutto il corpo e abbastanza spesso per resistere ai colpi di lancia, era il pezzo pi pesante e pi ingombrante dell'armatura. Questo era l'armamentario che sarebbe stato consegnato solennemente ad Arnulfo quando si fosse dimostrato capace di servirsene.

L'educazione del cuore. A questo fine doveva esercitare il corpo, ma doveva anche imparare a fare un piano, calcolare i rischi. E poi, quando fosse diventato cavaliere, non sempre avrebbe dovuto combattere; alla corte del suo signore, avrebbe dovuto fare bella figura, comportarsi bene, dare consigli saggi, parlare piacevolmente di cose serie e divertenti, essere gaio, in una parola, amabile. Agli esercizi del corpo si aggiungevano quindi necessariamente quelli dello spirito e del cuore. Ai primi ci si dedicava soprattutto fuori, all'aperto; ai secondi, soprattutto nella grande sala, all'interno del castello. Anche questa volta era il signore a dirigerli. La sua corte era una scuola di cui egli era il maestro.
La sua sposa lo aiutava e cos pure i religiosi in servizio al castello, pronti a ricordare di tanto in tanto che il buon cavaliere doveva usare le armi per una causa degna. Quegli uomini sapevano leggere, il signore generalmente no. Il conte Baldovino era analfabeta. Tuttavia, nel suo castello di Gunes, possedeva dei libri e se ne faceva un vanto. A quelli di cui si servivano i cappellani per dire la Messa e recitare i salmi si aggiungevano alcune opere di morale cristiana e altre che trattavano anch'esse dei segreti della natura o narravano storie. Questi ultimi erano scritti in lingua romanza, l'antenata del francese moderno, che veniva impiegata alla corte del re e di tutti i prncipi della Francia del nord. In tutti i casi, la maggior parte dei libri, come quello che padre Lambert avrebbe scritto pi tardi in lode di Arnulfo e della sua famiglia, parlavano la lingua degli eruditi e dei preti, il latino.

I libri. Scritti a mano, lentamente e scrupolosamente, su bei fogli di pergamena, quei libri erano molto preziosi e molto costosi e la collezione del conte Baldovino era modesta. Ma egli l'arricchiva mandando a copiare questa o quell'opera in un monastero vicino, chiamando presso di s questo o quel saggio che si trovava a passare nei pressi, trattenendolo qualche tempo al castello, circondandolo di ogni cura, chiedendogli, in cambio dell'ospitalit, di preparare per lui un nuovo libro. La sera, dava ordine di prenderne uno e di leggerne qualche pagina. A quel tempo, leggere un libro era un po' come oggi assistere in una sala cinematografica o davanti alla televisione alla rappresentazione di un'opera teatrale.
Tutta la famiglia si riuniva intorno a un interprete, il pi delle volte un uomo di chiesa. Lo si guardava, lo si ascoltava tradurre il latino in lingua romanza e declamare, molto lentamente, per essere compreso e seguito. Di tanto in tanto, il signore lo interrompeva, chiedeva spiegazioni, faceva delle obiezioni. Nasceva una discussione. In questi dibattiti sembra che il conte Baldovino fosse straordinario. Sembra che la sua memoria fosse prodigiosa. Sapeva a mente buona parte del contenuto della sua biblioteca, oltre a quanto gli avevano raccontato gli ospiti di passaggio o aveva inteso presso le corti principesche che frequentava.
Altre volte, accoglieva presso di s dei giullari. Il mestiere di questi uomini era quello di divertire la nobilt. Acrobati, danzatori, musici, i saltimbanchi divulgavano di castello in castello i poemi che grandi scrittori avevano composto per i signori pi illustri. Neanche loro sapevano leggere e i testi li conoscevano a memoria. I testi venivano cantati, cosa che aiutava a ricordarli, e quando i giullari li recitavano lo facevano dietro accompagnamento musicale. Il canto e la danza, non dimenticarlo, scandivano la vita dei cavalieri, come oggi quella delle popolazioni dell'Africa Nera. Cantando e danzando, i membri della famiglia, sia che fossero addetti al combattimento o alla parrocchia, si sentivano uniti pi saldamente e la musica serviva a trasmettere il sapere.
In questo modo Arnulfo impar molte cose alla corte del conte di Fiandra, ma non impar a leggere. Pi tardi, quando il maltempo gli impediva di cavalcare per campi e lande, quando si annoiava, non prendeva in mano un libro, ma chiedeva ai compagni di narrare delle storie. Ciascuno aveva un proprio repertorio. Uno, Roberto di Costanza, narrava le avventure degli imperatori romani o di Re Art; un altro, Filippo di Mongardino, quelle delle crociate; Gualtiero di Clud, invece, conservava il ricordo di ci che era accaduto un tempo nella casata di Arnulfo e nel paese. Raccontavano a turno e le loro parole, come quelle cantate dai giullari, come quelle dei libri che i religiosi leggevano di tanto in tanto la sera, facevano rivivere personaggi straordinari. Nei fatti e nelle gesta di quegli eroi s'incarnava la morale della cavalleria. Ascoltando le loro prodezze, gli adolescenti sognavano di imitarli e di eguagliarne le virt, quando un giorno avrebbero ricevuto le armi.

Le virt cavalleresche. Un giorno, nella primavera dell'anno 1219, il re Filippo Augusto stava terminando di fare colazione in mezzo agli amici, quando sopraggiunse un messaggero annunciando la morte di Guglielmo il Maresciallo. "Non ho mai conosciuto", disse il re "un cavaliere pi leale". Era presente Guglielmo di Barre, compagno d'infanzia di Filippo, grande esperto nell'arte della guerra. A suo parere, disse, nessuno all'epoca si era dimostrato pi prode del Maresciallo, miglior conoscitore del mestiere delle armi, e Giovanni de Rouvray soggiunse: "Sire, giudico che sia stato il pi saggio dei cavalieri". Tre parole, lealt, coraggio e saggezza, riassumono i valori della cavalleria.

La lealt. Il cavaliere  prima di tutto un combattente. Poich la guerra  uno sport di squadra, il cavaliere deve prima di ogni altra cosa essere fedele, giusto, leale.
Infatti, per inseguire un nemico, come pure un cervo nella foresta, bisogna poter contare sui propri compagni d'arme, essere sicuri che nessuno di loro indietregger, che non fuggir nel mezzo della mischia, non si allontaner per inseguire un'altra preda, non cambier bandiera, non passer a un altro campo. Il primo dovere del cavaliere  quello di mantenere la parola data. Se viene meno al giuramento fatto, si gioca la reputazione. Verr segnato a dito, dovr ritirarsi coperto di onta, rifiutato dalla societ dei prodi. In ogni circostanza, deve mostrarsi fedele verso tutti gli uomini a cui  legato, per sangue o per giuramento. La cavalleria  una confraternita dove tutti i membri si aiutano a vicenda, strenuamente.
Isolato, il cavaliere  un uomo pericoloso. Armato da capo a piedi, addestrato ad aggredire, fiero della propria indipendenza, non accettando di venire punito come lo sono i manenti - i sudditi della signoria - l'unico modo per contenere la sua turbolenza, la sua avidit, per impedirgli di nuocere, per costringerlo a collaborare al buon ordine generale  quello di imbrigliarlo in una rete di obblighi morali verso la stirpe, verso i compagni d'arme, verso il signore cui ha reso omaggio. Occorre ripetergli incessantemente che il peggior difetto  la fellonia, il venir meno ai molti impegni che da tutte le parti lo circondano. La pace poggia sulla sua lealt.  la principale virt cavalleresca. Tutti gli eroi delle epopee che Arnulfo ha sentito cantare, dei romanzi di cui ha ascoltato la lettura, tutti gli antenati di cui gli  stato mostrato l'esempio avevano saputo resistere alle cattive inclinazioni da cui erano afflitti, sacrificarsi e a volte offrire la vita piuttosto che tradire. E quando sentiva un giullare raccontare di Gano che era venuto a patti con i miscredenti per tradire Orlando di cui era geloso, ribolliva d'indignazione, gridava vendetta per il tradimento.
Con la parola prodezza si intendeva l'insieme delle qualit fisiche e morali che fanno l'ardimento di un guerriero, le qualit che i giovani si sforzavano di acquisire nel corso del lungo addestramento a cui si sottoponevano durante l'adolescenza. Al primo posto c'era la forza dei muscoli, grazie a cui era possibile imitare le favolose prestazioni attribuite a Guglielmo d'Orange e ai suoi compagni, che le chansons de geste descrivevano, insanguinati fino al petto, dall'alto del loro destriero, spaccare in due un Saraceno dall'elmo fino all'usbergo con un sol colpo di spada. Ma non meno contavano la forza d'animo, il coraggio del cavaliere che si avventa al galoppo contro le lance nemiche o parte per andare ad affrontare i pericoli misteriosi, e quindi pi temibili, della landa popolata di draghi, di fate e di maghi. I giovani sapevano che avrebbero dovuto affrontare la morte con lo stesso coraggio di cui aveva dato prova Orlando, che forse sarebbero stati costretti come lui a spezzare in due la propria spada, divenuta ormai inutile, per non lasciarla cadere in mani indegne, prima di morire, soli, in mezzo ad altri cadaveri, raccomandando l'anima a Dio.

La misura. Accanto a Orlando il Prode stava, come una barriera, Oliviero il Saggio, e nella persona di Guglielmo il Maresciallo, gli amici di Filippo Augusto celebravano l'equilibrio tra coraggio e saggezza. Questa seconda virt era il necessario complemento della prima. Senza di essa, la cavalleria si sarebbe trasformata in violenza e disordine. Agli scudieri si insegnava quindi a reprimere gli eccessi di collera, invidia, odio, cupidigia, a rimanere padroni di s nel furore dell'azione, a mantenersi misurati, a parlare quando era il proprio turno, a cedere il passo ai pi anziani, a rispettare le convenienze. La pratica del gioco degli scacchi si collocava qui come un utile esercizio di agilit mentale e di calma riflessione. L'apprendimento della saggezza portava infine a coltivare le due qualit supplementari di cui gli eroi della leggenda mostravano l'esempio ai futuri cavalieri, la generosit e la cortesia.
Alla vigilia dell'anno 1180 - e ci valeva soprattutto per le citt dove il conte di Fiandra, signore di Arnulfo, teneva la propria corte - il denaro circolava sempre pi abbondante, una rivoluzione, questa, che sconvolgeva l'ordine delle cose. Gli uomini d'arme giudicavano scandaloso che dei contadini potessero arricchirsi con il commercio e, grazie al denaro accumulato nelle casseforti, ottenere presso il principe pi potere e pi credito di loro. Si sentivano minacciati nei propri privilegi. Un tempo, in un mondo rurale dove le fortune erano stabili, la superiorit di cui godevano era parsa loro incrollabile. E invece era crollata. La cavalleria si difese. Non gi mettendosi in competizione con i mercanti, risparmiando come loro denaro, ma al contrario proclamando il risparmio cosa spregevole e indegna dell'uomo di nobili natali, e insegnandogli a non accaparrare niente, a spendere senza lesinare.

Prodigalit e cortesia. Il vero nobile si riconosceva dunque dalla sua prodigalit. La morale dell'ordine di cui facevano parte i cavalieri imponeva di non attaccarsi alle ricchezze e su questo punto coincideva con la morale di un altro ordine, quello dei monaci di Cteaux che, alla fine del dodicesimo secolo, conobbe un successo prodigioso. Questi religiosi vivevano in povert nella loro abbazia solitaria. Attratti dall'ideale della rinuncia, molti cavalieri si univano a loro. Alcuni, cercando un grado di perfezione ancor pi alto, si ritiravano nel fitto dei boschi, dove vivevano da eremiti. Ma senza andare cos lontano, gli uomini d'arme che non abbandonavano il mestiere e continuavano a girare per il mondo a cavallo del loro destriero si sentivano tutti tenuti a disfarsi delle monete d'argento nel momento stesso in cui queste cadevano nelle loro scarselle. Le elargivano con gioia. Anche qui, Guglielmo il Maresciallo sembrava fare da modello. Invincibile, guadagnava molto catturando cavalieri e costringendoli a pagare un riscatto. Ma tutto il denaro di cui veniva in possesso, lo dava agli amici perch festeggiassero con lui, e non rifiutava mai l'aiuto della propria borsa ai poveri cavalieri mal equipaggiati o sfortunati.
Da qualche tempo, infine, si esigeva dalla cavalleria una nuova virt, la cortesia. Quando lasciavano il campo di battaglia per far ritorno a corte, i cavalieri dovevano comportarsi bene, mostrarsi cortesi, soprattutto verso le nobili dame che, abbandonando le proprie stanze, li raggiungevano di tanto in tanto nella grande sala. Gli scudieri venivano dunque invitati a imitare le maniere di Tristano, di Lancillotto, di Ivano, dei cavalieri della Tavola Rotonda. Tutti questi personaggi da romanzo amavano una dama e cercavano di farsi amare da lei. Mostravano davanti ai suoi occhi le proprie prodezze, la servivano fedelmente, lealmente, come il vassallo serve il proprio signore, e affrontavano i pi grandi pericoli per proteggerla e stupirla. Gli scudieri si dedicavano prima di tutto a compiacere la sposa del loro signore, la quale aveva il compito di insegnare loro le buone maniere. Si esercitavano a cantare, a danzare, ad attirare in tal modo la stima e le buone grazie delle dame e delle donzelle. Quando fossero diventati cavalieri, l'abilit in questi giochi avrebbe dato lustro al loro valore, alla loro gloria, e avrebbe segnato nettamente la distanza che li separava dai villani, i contadini e i borghigiani arricchiti.




L'avventura.

L'investitura.

Una data rimaneva impressa nella memoria di tutti i cavalieri, in quella di Guglielmo il Maresciallo, come cento anni prima in quella del conte d'Angi, Fouques R-chin: la data in cui erano entrati a far parte della cavalleria. Era stato il pi bel giorno della loro vita. Il 24 maggio 1181, giorno della Pentecoste, Arnulfo ricevette dunque l'investitura. Investitura  una parola antica, che vuol dire ricevere l'equipaggiamento. Quella domenica, Arnulfo fu investito cavaliere. Aveva pressappoco vent'anni. La sua infanzia era terminata. Si era messo in luce negli incontri sportivi per l'ardimento, la generosit e il buon carattere. Venne ammesso in pompa magna nel consesso degli adulti.
Normalmente, la cerimonia aveva luogo nella magione dove il giovane aveva portato a termine il suo addestramento. Il signore di quella casa gli consegnava le armi. Era suo dovere farlo. Era anche un suo diritto e lui ci teneva molto. E tuttavia l'incombenza era onerosa. Doveva fornire il destriero, gli speroni, la spada, il mantello, organizzare la festa. Tutto questo costava molto. Ma ne era ampiamente ripagato, perch il novello cavaliere, come si diceva, gli sarebbe rimasto strettamente legato tutta la vita, come un figlioccio al padrino di battesimo. Procedendo alla vestizione dei giovani che aveva nutrito ed educato personalmente, il signore aumentava il numero di coloro che gli erano fedeli e vedeva estendersi il proprio prestigio e il proprio potere.

La cavalleria. Filippo, conte di Fiandra, si apprestava dunque a dare l'investitura ad Arnulfo. Arnulfo gli chiese il permesso di ricevere le armi dal padre. Diceva di volergli fare cosa gradita, ed  vero che a un padre faceva piacere dare l'investitura al primogenito. Baldovino lo desiderava vivamente, perch era un modo per lui, conte di Gunes, vassallo del conte di Fiandra, di sottolineare la propria indipendenza dal suo signore. Gi vent'anni prima, quando era a lui che doveva essere data l'investitura, ci si era messi d'accordo perch egli non venisse armato dal signore del feudo di cui pi tardi sarebbe diventato l'erede. I genitori approfittarono del fatto che nella regione si trovava a passare l'arcivescovo di Canterbury. Quel padrino era un personaggio potentissimo, ma lontano. La sua autorit non avrebbe creato fastidi.
Il conte Baldovino convoc dunque la corte a Gunes per la Pentecoste ormai prossima. In genere si sceglieva quel giorno per procedere alle investiture. Era la festa di primavera e si celebrava la discesa dello Spirito Santo sulla terra. Per l'occasione tutti i fratelli di Arnulfo fecero ritorno alla casa paterna, per vedere il padre amministrare al primogenito quelli che venivano chiamati i sacramenti militari. Di fatto, si trattava di un rito molto grave. Il ragazzo cambiava vita, come era accaduto con il battesimo, come sarebbe accaduto con il matrimonio e pi tardi ancora se, alla fine dei suoi giorni, avesse deciso di farsi monaco ed entrare in convento. Come in occasione di questi altri passaggi, egli assumeva degli obblighi solenni che necessariamente impegnavano anche la sfera sacra. Da molto tempo i preti reclamavano di dirigere la cerimonia dell'investitura, come quella del matrimonio. Nel 1180, in certe regioni, se ne erano gi impossessati. Sempre pi spesso, la vigilia del grande giorno, si vedeva l'aspirante cavaliere prepararsi con un bagno rituale che simbolicamente lo purificava delle colpe, lo liberava di quanto, dell'esistenza passata, pesava su di lui e di cui doveva disfarsi; lo si vedeva trascorrere la notte in preghiera nella cappella e l'indomani prendere dall'altare la spada benedetta e ricevere a sua volta la benedizione. Il rito diventava cos una specie di consacrazione. E come il re di Francia a Reims, il novello cavaliere giurava di usare l'arma che gli veniva consegnata per il servizio di Dio e per la protezione dei deboli, cio della gente di chiesa, delle vedove, degli orfani e dei poveri.
Veniva quindi a far parte della cavalleria un valore nuovo e fondamentale. Quel che nell'ideale primitivo c'era di egoismo e di arroganza, la fierezza di essere il pi forte, il piacere di gettare il denaro dalla finestra e di corteggiare le dame, veniva corretto dal dovere accettato solennemente di non fare cattivo uso del proprio potere e di prodigarsi per quelli che non erano in grado di difendersi da soli. Santificare l'investitura, metterla sotto il controllo dell'autorit divina poneva dei limiti agli eccessi di aggressivit degli uomini d'arme, li aiutava ad avvicinarsi al modello che centocinquant'anni prima i vescovi e le assemblee per la pace di Dio avevano tentato di istituire facendo divieto ai cavalieri di molestare il popolo cristiano e imponendogli di mettere le armi al servizio degli uomini di preghiera e dei semplici lavoratori.
Il racconto di quel che accadde il 24 maggio 1181  scritto da un prete. E tuttavia alla religione non viene dato spazio nella cerimonia, che rimane puramente profana. I riti di sacralizzazione che si andavano diffondendo in quegli anni non erano ancora penetrati a Gunes. L'unico gesto che viene menzionato e presentato come il gesto essenziale con cui si amministra il sacramento  l'accollata. Colui che dava l'investitura colpiva violentemente con il palmo della mano destra il collo dell'investito. Un gesto analogo veniva compiuto nel sacramento cristiano della Cresima e l'accollata aveva senza dubbio un significato analogo. Era una prova simbolica con la quale si verificava che il giovane era maturo per essere annoverato fra gli adulti, in grado di tenere duro nelle avversit e rimanere perfettamente padrone di s, capace di ricevere senza risentirsi quello schiaffo, l'unico che, in tutta la vita, un uomo di valore poteva sopportare di accettare senza restituire. Forse si credeva anche che una specie di influsso magico passasse dalla mano del conte Baldovino, cavaliere, al corpo di Arnulfo che non lo era ancora e che grazie a quel contatto brutale lo diventava.
All'accollata seguiva la consegna delle armi. Baldovino cinse il figlio della bandoliera da cui pendeva la spada e gli fiss gli speroni ai piedi. Da quel momento ebbe inizio la festa, che prese l'avvio con una specie di fantasia. Il neocavaliere dimostr davanti a tutti la propria abilit nella scherma a cavallo, rovesciando con un sol colpo di lancia dei manichini che venivano detti quintane. Altri lo fecero dopo di lui. Infatti non era il solo a entrare nella cavalleria. Come d'abitudine, altri giovani ricevevano insieme a lui l'equipaggiamento. Quel giorno, il conte Baldovino diede l'investitura ad altri tre cavalieri, due dei quali erano stati educati presso di lui e da lui medesimo. Il terzo, Eustachio di Salperwick, era giunto dalla corte di Fiandra con Arnulfo, di cui era amico intimo. Infatti, inseparabili come Orlando e Oliviero, i cavalieri andavano di solito per il mondo in coppia.
Si fece baldoria tutto il giorno. Il padre di Arnulfo non aveva badato a spese affinch regnasse la gioia. Quanto ad Arnulfo, manifestando la propria generosit, distribu fra trovatori, menestrelli, giullari e buffoni accorsi per la festa tutte le monete d'argento che possedeva affinch essi andassero cantando le sue lodi per l'intera contrada. L'indomani, si rec da Gunes ad Ardres, il castello dove era nato e che apparteneva alla madre, morta quattro anni prima. Lui ne era l'erede. Cavaliere, la spada in mano, adesso era in grado di prenderne possesso e il padre doveva cederglielo. Fu ricevuto come un signore nella chiesa e nella dimora, al suono delle campane, degli inni dei preti e delle acclamazioni del popolo. Ma non vi si trattenne a lungo. L'uso imponeva al padrino di cavalleria di consentire al neoinvestito di disputare tornei per due anni, al fine di dare lustro al nome della casata da cui proveniva e di cui portava i colori dipinti sullo scudo e ricamati sulla cotta d'arme. I giovani cavalieri erranti, come gli eroi dei romanzi, cavalcavano cos di paese in paese. Nessuno poteva rifiutare loro ospitalit. Erano sicuri di venire accolti tutte le sere da qualche gentiluomo e piacevolmente accuditi dalle figlie dell'ospite. Arnulfo part alla testa di un piccolo drappello. Il suo amico Eustachio lo accompagnava e a loro si erano uniti alcuni giovani dei dintorni. Baldovino non si fidava. Temeva che il figlio avrebbe sperperato la provvista di denaro che gli consegnava per il suo vagabondaggio. Su consiglio del proprio signore, il conte di Fiandra, affid Arnulfo a un vecchio cavaliere, noto per la prudenza e per l'esperienza, che doveva sorvegliare da vicino il giovane guerriero e con i suoi consigli aiutarlo ad affinare le sue qualit sportive. Questi per, non potendo occuparsene personalmente, si fece sostituire da un nipote che riteneva sarebbe stato un buon istruttore. Invece, era uno scervellato. Abbandonato a se stesso, Arnulfo, dell'educazione cavalleresca che aveva ricevuto, mantenne solo quello che poteva soddisfare la sua vanit e il suo gusto per il piacere. Indocile e turbolento, vagabond per anni di provincia in provincia, vivendo di espedienti, inseguendo la gloria, sempre in cerca di tutte le occasioni per brillare nei fatti d'arme.



I tornei.

La guerra era la ragion d'essere della cavalleria. La guerra, nel dodicesimo secolo, era un fatto permanente, come lo  ancor oggi fra le trib pi selvagge della Nuova Guinea o dell'Amazzonia. I cavalieri passavano tutta l'estate a combattere. Di pretesti ne sorgevano in continuazione: cos, ad esempio, la lite fra due signori a proposito di un matrimonio o di una successione. Quando ci si lanciava una sfida, lo sfidante insultava e gettava il guanto in faccia allo sfidato. Per vendicare il proprio onore, ciascuno dei due radunava parenti e amici. Si formavano cos due campi nemici, che tuttavia ben di rado si affrontavano schierati in combattimento. Fare la guerra consisteva essenzialmente nel rivendicare la terra dell'avversario, distruggere i raccolti, catturare il bestiame, saccheggiare, portare via carri pieni di tutto quello che era stato preso nei villaggi. Quanto ai castelli, si aspettava che le guarnigioni preposte alla loro difesa li abbandonassero per prendere d'assalto la motta e bruciare le palizzate e la torre. Nel momento in cui il nemico ricompariva, si filava via abbandonando il campo. Ricostruire i bastioni di legno richiedeva poco tempo. Fu cos che un mattino il nonno di Arnulfo, in lotta contro il castellano di Bourbourg, con sua grande sorpresa vide una motta che credeva sguarnita, circondata da un nuovo torrione. Durante la notte, il suo avversario ne aveva fatto issare le mura, prefabbricate dai carpentieri.
Di tanto in tanto, i due piccoli eserciti si incontravano con il favore di un'imboscata o semplicemente per caso. Ci si scambiava qualche fendente, in genere senza riportare gravi danni. I cavalieri non temevano affatto per la propria vita. Erano protetti da robuste armature e, soprattutto, la morale vietava ai nobili di uccidersi fra loro. Quel che rischiavano era di venire fatti prigionieri, presi con il resto del bottino e trattenuti lontano da casa, fino a che non avessero raccolto presso parenti o amici di che pagare il riscatto. Se qualcuno moriva, era per caso, un caso di cui il pi delle volte erano responsabili gli uomini del popolo che seguivano a piedi i cavalieri. In realt, questi fantaccini erano molto pi minacciati, e ci li rendeva pericolosi, come belve selvagge.
Quando, in autunno, il tempo incominciava a guastarsi e sentire l'acqua piovana scorrere sotto la corazza diventava sgradevole, la guerra si interrompeva. Si concludeva una tregua oppure una pace. Allora, si riuniva un'assemblea di arbitri composta di amici di entrambe le parti. Dopo molto parlamentare, i nemici acconsentivano a riconciliarsi. Abbracciandosi, si scambiavano il bacio della pace. Venivano liberati tutti gli ostaggi, che, qualora il patto non fosse stato mantenuto, si impegnavano a tornare nelle mani dell'avversario fino al ristabilimento della pace. Nella primavera successiva, un conflitto scoppiava altrove. Si formavano altre alleanze, e il gioco ricominciava.
La guerra infatti era un gioco, il divertimento principale della nobilt. Tutti gli antenati di Arnulfo vi si erano abbandonati con entusiasmo, e nessuno vi aveva perso la vita. Tutti avrebbero potuto cantare, con le stesse parole del trovatore Bertrando di Born, il piacere di lanciarsi gli uni contro gli altri sotto i dardi del sole. D'inverno, era la noia. Si aspettava con impazienza il ritorno della stagione dei combattimenti. Riuniti intorno al signore del castello, i cavalieri si affrettavano allora a prendere parte a questa o quella lite che si fosse riaccesa nel vicinato e, all'occorrenza, a favorirne l'inasprimento. La funzione degli uomini di guerra era quella di mantenere la pace e questa era la ragione per cui il popolo accettava di pagare l'imposta di cui i cavalieri si spartivano i proventi. Ora, poich il combattimento era il loro mestiere, e il mestiere li appassionava e rendeva bene, la cavalleria era di fatto all'origine della violenza di cui il resto della societ soffriva. Alla cavalleria si dovevano le sevizie subite dai mercanti, le cui carovane venivano distrutte dai militari. Era a causa della loro brutalit incontrollata che i contadini dovevano rifugiarsi continuamente con le greggi nei boschi e nelle paludi per trovare poi, al ritorno, le capanne bruciate, le messi calpestate, le vigne e gli alberi da frutto abbattuti.
Da quando era nata la cavalleria, gli uomini di Chiesa, in nome della carit, denunciavano, con un gioco di parole, le malizie di questa milizia. Nell'anno mille, avevano creduto di riuscire a porre un limite alle rapine dei guerrieri costringendoli a giurare sulle reliquie dei santi, davanti al popolo riunito, che non avrebbero sguainato la spada contro la popolazione indifesa, i monaci e i preti, i commercianti, i contadini, le donne, n in certi giorni della settimana, in memoria della Passione di Ges Cristo, n nei recinti che circondavano i luoghi di culto. Pi recentemente, i preti avevano incominciato a imporre gli stessi obblighi a tutti i neocavalieri, nel momento in cui questi ricevevano le armi. Dal canto loro, principi, duchi e conti si sforzavano di difendere l'ordine pubblico come faceva il re, che era tenuto a rispettare il giuramento pronunciato il giorno della propria consacrazione. Nel territorio sottoposto alla loro autorit, essi facevano il possibile per impedire che le dispute provocate continuamente dalla gelosia o da questioni d'onore tra i castellani e i guerrieri del loro seguito non degenerassero in conflitti armati. Di fronte a tutta la nobilt del paese riunita presso la loro corte, quando non riuscivano a convincere gli attaccabrighe a far pace, li costringevano a risolvere la disputa con una tenzone. Questa parola designava il combattimento individuale che opponeva in pubblico, in campo chiuso, due rivali che non riuscivano a mettersi d'accordo. Quando uno dei due soffriva dell'impedimento dovuto all'et o di qualche debolezza fisica, o quando si trattava di una donna incapace di battersi personalmente, un cavaliere, che ne veniva detto il campione, era designato a battersi in sua vece. Si ingaggiava la lotta, che durava fino a quando uno dei due avversari si dichiarava vinto. Si proclamava allora che Dio stesso aveva pronunciato il giudizio: permettendo la vittoria di uno dei contendenti, egli aveva fatto sapere che l'altro era in torto. Molte contese venivano regolate in questo modo dal giudizio di Dio, e molte occasioni di guerra venivano cos evitate.
Nel corso dell'undicesimo secolo, nel nord della Francia si era instaurato un altro modo per contenere la turbolenza della cavalleria. Alla frontiera delle province, i principi organizzavano battaglie di nuovo genere, i tornei. In questi incontri non si contrapponevano due individui che chiamavano Dio a emettere un verdetto, ma pi squadre forti che si disputavano per gioco la vittoria davanti a un certo numero di esperti che, alla fine della partita, premiavano i giocatori migliori. Per molti aspetti assomigliavano alle nostre partite di calcio o di rugby. Cos, a primavera, il conte di Fiandra chiamava i cavalieri disoccupati della contea a seguirlo. Liberando il paese da questi fomentatori di disordini, li portava lontano, non per fare la guerra, ma per affrontare squadre di cavalieri in Bretagna, nella Champagne, in Normandia, in tornei che si succedevano da un luogo all'altro per tutta la durata della bella stagione, secondo un calendario attentamente stabilito in anticipo e che un'abile propaganda rendeva noto ovunque. In queste finte battaglie, la cavalleria perfezionava l'addestramento. Qui riversava la propria impetuosit senza recare danno alla povera gente. Infine e soprattutto, vi si dava al bel tempo e serviva pi fedelmente i prncipi che sapevano procurare tante piacevoli distrazioni. Nel 1181 la moda dei tornei era al culmine.
Come dieci anni prima Enrico, figlio del re d'Inghilterra, quando scorrazzava per la campagna sotto la guida del suo istruttore Guglielmo il Maresciallo, anche Arnulfo non ne mancava uno. Seguito da due o tre compagni, dagli scudieri e dai servitori che si occupavano dei cavalli e delle masserizie, egli giungeva la sera della vigilia sul luogo del combattimento e cercava alloggio fra le baracche e le tende costruite in prossimit del terreno scelto per il gioco. Parlava, raccoglieva notizie sulle squadre che si stavano formando e decideva a quale unirsi. L'indomani, prima dell'inizio della partita e mentre i contendenti prendevano posizione sul campo, i cavalieri pi giovani si affrontavano in giostre preliminari e mostravano la propria abilit sotto lo sguardo degli intenditori. E anche sotto quello di dame e donzelle. Queste erano convenute per la festa, vestite dei pi begli abiti ricamati, i capelli intrecciati sotto il soggolo, incoronate di fiori e, preso posto su un podio o su un'altura in compagnia dei principi e dei signori troppo avanti negli anni per combattere, seguivano da lontano le peripezie della competizione, ammirando i pi ardimentosi.

La mischia. Al segnale dato, due o tre bande formate da diverse centinaia di guerrieri si scagliavano furiosamente l'una contro l'altra, urlando e galoppando a briglia sciolta, attraverso il campo. Non immaginare un terreno regolare come quello dove ti alleni tu, allo stadio. Questo non era delimitato. Era accidentato e interrotto da siepi e torrentelli. A volte vi si trovavano gruppi di capanne dove si potevano tendere imboscate. Lo scopo era, come in una vera battaglia, di gettare lo scompiglio fra i ranghi dell'avversario, di provocarne lo sbandamento, di metterlo in fuga e di prendere infine possesso del campo. A questo scopo, erano permessi tutti i colpi, tutte le finte, tutti gli stratagemmi. Per ore e ore era un susseguirsi di galoppate in mezzo alla polvere e al fracasso delle lance che si spezzavano, degli scudi che venivano colpiti; i combattenti grondavano di sudore sotto l'usbergo, le cotte d'arme cadevano a pezzi. Di tanto in tanto qualcuno si ritirava dal gioco per riprendere fiato, dissetarsi e riposarsi prima di tornare a gettarsi nella mischia, se non era completamente sfinito o ferito troppo gravemente. Infatti, presi dall'entusiasmo del combattimento, spesso i cavalieri menavano fendenti con troppa violenza e alla fine di molti incontri si piangeva qualche morto.
Il manipolo dei fidi, schierati in battaglia, il conroi di cui Arnulfo era capitano, si dava anima e corpo per la vittoria della squadra di cui faceva parte. Tuttavia, come tutti i conroi impegnati nella lotta, faceva anche i propri interessi. Il torneo, infatti, rassomigliava a una partita di caccia e i cavalieri delle squadre avversarie erano la selvaggina. Arnulfo e i suoi compagni ne puntavano uno e tutti insieme iniziavano a braccarlo. Tentavano allora di isolarlo, lo circondavano, si davano da fare per colpirlo, disarcionarlo, si accanivano sulla sua armatura fino a che egli non si arrendeva e si riconosceva prigioniero sulla parola. I garzoni addetti al servizio si impadronivano allora del suo destriero e di tutta la sua bardatura, che portavano in un luogo sicuro, fuori del campo. Quanto al cavaliere, se riusciva a equipaggiarsi di nuovo, poteva accadere che gli venisse consentito di riprendere il combattimento: quasi sempre, la lealt alla parola data lo tratteneva dal darsi alla fuga e rifiutare il pagamento del riscatto. Se il capo della banda sapeva mettere a punto delle buone tattiche, se i compagni erano affiatati, se non si lasciavano portare fuori strada dalla tentazione di inseguire altre prede -  qui che contava la lealt - la caccia poteva essere fruttuosa. Guglielmo il Maresciallo si vantava di aver catturato a ogni torneo molti cavalieri e ancor pi cavalli. Ma se alcuni guadagnavano,  chiaro che altri perdevano e che, giunta la sera, si ritrovavano spogliati di tutto. Il torneo era un gioco appassionante; un gioco non solo di destrezza, ma anche d'azzardo, un gioco di denaro.

Il finale. Quando, alla fine della giornata, una delle squadre aveva riportato la vittoria, i contendenti rimasti illesi, quelli che non erano morti sul campo, che non erano stati feriti o fatti prigionieri, tornavano all'accampamento sfiniti. Era il momento di riparare ai danni. Tutti si affaccendavano intorno ai fabbri, portavano a rammendare gli usberghi, a riparare gli scudi. Alcuni dovevano appoggiare la testa sull'incudine per farsi liberare, a colpi di martello, dell'elmo ammaccato dai fendenti ricevuti durante la tenzone. Ma soprattutto era il momento di fare i conti. I prigionieri si allontanavano per cercare di ottenere in prestito dai cugini, dagli amici e dai loro signori il denaro che gli avrebbe permesso di pagare il riscatto e di sostituire il destriero perduto. I vincitori discutevano con i mercanti di bestiame il prezzo dei cavalli che avevano catturato. Nell'accampamento si organizzava quindi una grossa fiera di cavalli e il denaro passava da una borsa all'altra. Quelli che avevano dovuto vendere tutto, persino il mantello che avevano ricevuto il giorno dell'investitura, si allontanavano mortificati. Quanto ai cavalieri che si ritrovavano ricchi, non lo restavano a lungo. L'onore imponeva loro di offrire il denaro ai compagni meno fortunati e di spendere il resto in festeggiamenti. Alla fine della giornata, i veri vincitori erano i mercanti, la gente di spettacolo, gli acrobati, i menestrelli giunti a frotte nella speranza di sfruttare i cavalieri e di trarre profitto dalla loro generosit.
Terminato il torneo, i prncipi che l'avevano organizzato deliberavano e proclamavano il nome dei cavalieri che si erano distinti nel combattimento. A volte, una donna consegnava al migliore il premio, un bell'oggetto simbolico. I giullari celebravano la gloria degli eroi del giorno. Anche per questo tanti cavalieri erano accorsi, a volte da molto lontano, dalla Germania o dall'Inghilterra. Volevano che si parlasse di loro. Per loro, la fama aveva assai pi valore del denaro. I campioni celebri infatti erano sicuri di essere ricevuti a braccia aperte presso le corti pi fastose, colmati di doni e di ogni sorta di favori. I grandi signori se li disputavano e promettevano loro mari e monti se avessero accettato di combattere al successivo torneo sotto i loro colori. Dopo ogni vittoria il premio saliva. Nella stessa serata Guglielmo il Maresciallo si era visto proporre, uno dopo l'altro, una forte somma, un feudo e infine una sposa, la figlia di un principe. Ma aveva rifiutato, sicuro di accrescere ancor pi la propria reputazione, e quindi di potere ottenere di meglio in un secondo momento. Molti cavalieri celibi speravano di sedurre con il proprio ardimento, se non una donzella, per lo meno il padre o il fratello in cerca di un marito per lei, e venire via dal torneo con una promessa di matrimonio. Nella famiglia di Arnulfo si ricordava che gli antenati avevano accresciuto le fortune del casato proprio in questo modo, grazie a fruttuose alleanze concluse sui campi di torneo.
Il padre di Arnulfo aiut per due anni il figlio a fare bella figura durante il suo vagabondaggio di cavaliere errante. Poi quest'ultimo, lasciato a se stesso, prosegu da solo. I tornei erano il suo mezzo di sostentamento. Ma nel 1188, furono proibiti in tutto il regno di Francia. I vescovi li avevano sempre condannati. In quegli incontri infatti, le virt cristiane che la Chiesa si sforzava di instillare nel cavaliere venivano tenute in non cale: ci si batteva con troppa violenza, per cupidigia e per orgoglio; molti guerrieri in quel gioco crudele perdevano la vita o l'uso di un arto, mentre il loro dovere era quello di combattere soltanto per l'onore di Dio, la protezione dei deboli e la difesa della Terra Santa.
Ora, nel 1188 si era appena saputo che le armate musulmane al comando di Saladino avevano riconquistato Gerusalemme. Occorreva organizzare una controffensiva. Si decise di creare un'imposta speciale, la decima Saladino., per finanziare la spedizione. Il re di Francia Filippo Augusto, il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, l'imperatore tedesco Federico Barbarossa avevano giurato di prenderne il comando e avevano fatto cucire sulle proprie vesti la croce. Non era pi il caso che i cavalieri si uccidessero a vicenda sui campi sportivi. Dovevano dosare le proprie forze e purificare l'anima imponendosi la dura penitenza della rinuncia al loro piacere preferito. Per Arnulfo si trattava dell'inazione forzata e della perdita di tutte le entrate. Come la maggior parte dei suoi compagni, prese la croce. Con il pretesto di equipaggiarsi, percep la decima saladina a cui erano tenuti i preti e i contadini della signoria di Ardres. Ma, incurante degli obblighi di lealt a cui si era impegnato, dedito solo ai propri piaceri, a poco a poco spese tutto il ricavato di quella tassa insieme agli amici. Un vescovo fin col mettere in prigione quel cavaliere cattivo e sleale che sperperava il denaro dei poveri e non manteneva la promessa di andare a liberare il sepolcro di Cristo.



La crociata.

Nella Francia del nord ben poche erano le famiglie di cavalieri che non vantavano un crociato fra i propri antenati. Il nonno di una delle nonne di Arnulfo si era messo in cammino non appena aveva inteso l'appello lanciato a Clermont nel 1095 da papa Urbano II, che invitava i cristiani d'Europa a recarsi in soccorso dei cristiani d'Oriente. Fu uno di quelli che, dopo un lungo assedio, entr ad Antiochia e poi riusc a strappare Gerusalemme ai Musulmani. Ad Ardres ci si doleva di non sentire il suo nome citato nella Canzone d'Antiochia, l'epopea dedicata alla gloria degli eroi della prima crociata. Si diceva che ci fosse dovuto al fatto che i trovatori non avevano ricevuto da lui un compenso sufficiente. Ma nella chiesa di Ardres si mostravano le reliquie che egli aveva riportato dalla spedizione. Tra i suoi compagni di viaggio figurava il fratello di una bisnonna paterna di Arnulfo il quale, rimasto in Terra Santa, era diventato conte di Beirut. Nel 1148, quando gi si predicava la seconda crociata, Baldovino, signore di Ardres, prozio di Arnulfo, aveva venduto gran parte dei propri beni per unirsi, con due dei suoi cavalieri adeguatamente equipaggiati, al conte di Fiandra. Quest'ultimo partiva alla volta della Palestina al seguito del re di Francia Luigi VII. Quel Baldovino non fece ritorno. Non si seppe mai quel che gli era capitato. Un giorno, si vide apparire nel paese un impostore, un vegliardo che si faceva passare per lo scomparso e si fece molta fatica per smascherarlo.
Il viaggio a Gerusalemme (cos veniva chiamata la crociata) affascinava la cavalleria da un secolo. Nel 1188, il ricordo di Carlomagno, dell'imperatore dalla barba fiorita, era pi vivo che mai e i giullari non facevano che ripetere che era stato lui l'iniziatore, colui che aveva dato avvio alla lotta contro i Saraceni, trascinando in Spagna, all'epoca sotto il dominio dei Musulmani, i dodici pari, Orlando e tutta l'armata cristiana. I giovani s'infiammavano all'udir cantare le loro gesta. Lasciare la casa, i genitori per anni, impegnarsi in un cammino interminabile, irto di pericoli di ogni sorta, offrire le proprie sofferenze, la propria vita per estendere il regno di Dio, sembrava la realizzazione dell'ideale cavalleresco. Inoltre, si prometteva il perdono di tutte le colpe - lo aveva detto il papa - a coloro che si fossero sottoposti volontariamente a una prova tanto dura. La crociata era prima di tutto un pellegrinaggio sui luoghi dove Ges era vissuto e dove si credeva sarebbe tornato a giudicare i vivi e i morti. Ecco un altro motivo di attrazione verso Gerusalemme, e molti vi si recavano per andarvi a morire ed esservi sepolti, pronti in prima fila per il giorno della Resurrezione. A tutto questo si aggiungeva il desiderio di vedere i paesi lontani da dove provenivano i profumi, le sete, le spezie, gli oggetti pi meravigliosi che i prncipi esibivano con orgoglio nei loro festini e di cui facevano dono alla Chiesa per dare maggior sfarzo allo splendore delle funzioni religiose. Si sapeva che laggi, oltremare, la vita era molto pi dolce. Per i cavalieri, partire per la crociata era prolungare l'avventura, proiettarla verso orizzonti favolosi, ritrovare quel piacere di vagabondare che avevano gustato dopo l'investitura. D'altra parte, quando papa Urbano II aveva bandito la crociata, era nelle sue intenzioni allontanare dalla comunit cristiana le violenze della cavalleria e affermare in tal modo la pace di Dio.

La guerra santa. In effetti, la spedizione in Terra Santa fu per i cavalieri e per tutti i celibi che non sapevano come impiegare le armi, l'occasione per sfogarsi. Contro i nemici del Cristo, essi potevano senza scrupolo dare libero sfogo al desiderio di colpire e di distruggere. E non se ne privarono certo. Devi sapere che quelle imprese militari furono accompagnate da molte atrocit. Tanto per cominciare, i primi crociati se l'erano presa con gli Ebrei, nelle citt tedesche che attraversarono all'inizio del viaggio. Li avevano massacrati crudelmente. In O-riente, fu la volta delle popolazioni musulmane. Dopo l'assalto, il sangue scorreva a fiumi sotto gli zoccoli dei loro cavalli, per le vie di Gerusalemme. Le crociate furono anche l'esecrabile esplosione di quello che noi chiamiamo razzismo, l'odio cieco per lo straniero, la crudelt nei confronti dei seguaci di un'altra religione.
Servirono da pretesto per odiosi saccheggi, razzie, e per lo sfogo incontrollato degli istinti peggiori.
La prima si concluse, senza che lo si fosse previsto, con l'insediamento di una colonia europea sulle rive orientali del Mediterraneo. Ma l'Islam gravava con tutto il suo peso sul regno cristiano di Gerusalemme e sugli altri principati nati dalla conquista. Occorreva sostenerli e tutti gli anni piccoli drappelli di cavalieri partivano per andare a dare man forte ai signori di Terra Santa. Quando all'improvviso gran parte delle terre conquistate andarono perdute, nel 1148, si organizz una seconda spedizione generale. Questa fall. La minaccia si fece pi grave. Quarant'anni pi tardi tutta la cavalleria fu scossa e stupita nell'apprendere che il Santo Sepolcro, la tomba di Cristo, era caduta di nuovo sotto la dominazione musulmana.
Accadeva spesso nel corso di una grande assemblea della nobilt che i cavalieri, nell'entusiasmo, decidessero di partire. Pronunciavano solennemente un voto. Ricamavano sui propri abiti il segno della croce e, insieme alla propria casata e a tutti i propri beni, si mettevano immediatamente sotto la protezione della Chiesa. Nessuno poteva attaccarli n prendergli niente. Iniziavano allora i preparativi. Tra i loro consanguinei, quelli che rimanevano in patria facevano di tutto per aiutarli. Chi offriva un cavallo, chi parte dell'armatura, chi, ancora, denaro. Di denaro ne occorreva molto, perch la strada era lunga. Nel 1190, non si prendeva pi, come all'inizio, la via di terra che attraversava l'Europa Centrale, lungo il Danubio fino a Costantinopoli e poi - ed era il tratto pi duro - l'Asia Minore. La traversata per mare faceva ora meno paura. Alla pirateria saracena si era pi capaci di tenere testa e le recenti migliorie apportate alle navi rendevano i viaggi meno rischiosi: a Genova, a Venezia, nei porti di Provenza si trovavano molte buone imbarcazioni. Ma prima bisognava raggiungere il Mediterraneo e i cavalieri pellegrini non potevano pi contare per intero sull'ospitalit gratuita. Il denaro circolava pi abbondante ed era invalsa l'abitudine di vendere tutto e di acquistare tutto. Giunto sul luogo dell'imbarco, il crociato, dopo laboriose discussioni, concludeva di fronte a un notaio un contratto con i marinai. Acquistava a caro prezzo un posto per s, i cavalli, i servitori e i bagagli. Per mettere insieme il denaro necessario, prima di partire, aveva dovuto fare un prestito dal monastero vicino o dai ricchi mercanti di una citt dei dintorni, dando in pegno qualcuna delle sue terre, che sperava di riscattare al ritorno.
Col cuore grosso, aveva fatto il giro per salutare tutti quelli che amava. Era tutt'altro che sicuro di ritornare. Si era preparato quindi al pellegrinaggio come ci si prepara alla morte, confessando i peccati e offrendo un risarcimento a coloro cui aveva recato danno. Con la benedizione del prete, aveva ricevuto le insegne del pellegrino, il bastone e la bisaccia. Non era partito solo, ma con cugini, compagni, con il suo scudiero, a piccoli drappelli, come i neocavalieri all'indomani dell'investitura. E come per i tornei, gli squadroni formati di uomini di uno stesso paese che parlavano la stessa lingua si riunivano, lungo la strada, per formare un grosso schieramento.

Templari e Ospedalieri. All'epoca, le navi non si allontanavano molto dalle coste. Ma, quando si trovavano in mare aperto, i crociati tremavano di paura e promettevano cospicue offerte ai santi protettori per evitare il naufragio.
Sbarcati a San Giovanni d'Acri o a Giaffa, abbagliati da quanto scoprivano della civilt araba, pi raffinata della loro, iniziavano subito il pellegrinaggio. Visitavano uno dopo l'altro i luoghi sacri, o per lo meno quelli che, rimasti in mano ai Cristiani, erano ancora accessibili. E ogni volta che si rendeva necessario, partecipavano alla lotta contro gli infedeli. Apprezzavano da intenditori la qualit dei cavalli del nemico. I suoi modi di combattere li sorprendevano. Li osservavano attentamente per migliorare il proprio. Soffrivano duramente per il clima. Venivano colpiti da malattie sconosciute. Ma guerreggiavano valorosamente al fianco dei Templari e degli Ospedalieri, che destavano la loro ammirazione.
Nelle loro immense fortezze, i Templari e gli Ospedalieri erano infatti cavalieri modello. Facevano la guerra alla perfezione. Ma erano anche monaci che vivevano nella disciplina, nella rinuncia alle ricchezze, all'orgoglio e ai piaceri. Ai valori militari univano quelli della spiritualit e sembravano incarnare l'ideale di una cavalleria cristiana dove la virt della carit coronava quelle di forza, giustizia, prudenza e temperanza. Vedendoli agire, si poteva immaginare quello che l'ordine della cavalleria nel suo complesso avrebbe potuto diventare in Europa se si fosse lasciato impregnare da quei valori.
Affascinati, alcuni crociati decidevano di unirsi all'ordine del Tempio o a quello dell'Ospedale. Guglielmo il Maresciallo fu tentato di farlo. Combatt fra le fila dei Templari, ma non vi ader completamente. Divenne semplicemente loro confratello. In segno di fratellanza, essi gli avevano fatto indossare il loro mantello. Quel mantello bianco, ornato di una croce rossa, Guglielmo lo riport con s quando fece ritorno dalla Terra Santa e volle esservi avvolto al momento dei funerali.
Guglielmo era rimasto tre anni in Palestina. La maggior parte dei crociati ritornava prima. Quando ricomparivano, spesso indeboliti dalle febbri e quasi sempre ridotti in miseria, venivano accolti da eroi. Li si circondava di cure. Con il loro sacrificio, si erano purificati dei propri peccati, non solo, ma tutta la parentela, tutti gli amici partecipavano ai meriti da loro acquisiti. Quanto ad Arnulfo, purtroppo non conobbe questa gloria. Grazie all'arcivescovo di Reims suo amico, il padre era riuscito a tirarlo fuori di prigione. Ma, nonostante le promesse, Arnulfo non era partito per l'Oriente. Nel paese fiammingo dove si piangeva la morte del conte Filippo e di molti suoi vassalli caduti davanti a San Giovanni d'Acri, durante quella terza crociata al servizio di Cristo, nessuno gli prest pi attenzione.
Vergognoso, egli si chiuse nel castello di Ardres. Promise di essere buono. Di non pi mostrarsi, con le sue sventatezze, indegno degli antenati e del sacramento militare che aveva ricevuto. Aveva pi di trent'anni. Non si era ancora sposato. Gli si cerc una moglie.




La fine della giovinezza


Il matrimonio

Nella vita di un cavaliere, l'investitura segnava il termine di una prima tappa, la pi importante. Ma ne restava un'altra da superare. Per ottenere la piena indipendenza e prender posto nel lignaggio degli antenati, egli doveva conquistare una donna e sposarsi. Fino a quel momento veniva trattato come un giovane, uno junior. Una volta sposato, divenuto capo della propria casa, saliva immediatamente di un gradino nella scala sociale. Entrava nella categoria degli uomini responsabili, della gente seria.
Ora, ancora nel 1190, solo un esiguo numero di cavalieri otteneva in sorte una sposa. Infatti, se i padri di famiglia facevano ogni sforzo per far accasare tutte le figlie femmine, tra i figli maschi giudicavano saggio farne sposare soltanto uno. Come sai, in genere ne avevano molti, cinque o sei. Sposarli significava per il padre sistemarli, insediarli in una dimora tutta loro cedendogli una parte della signoria e quindi dividere l'eredit degli antenati. Ci significava condannare i posteri all'indigenza. I padri dunque sistemavano uno o due figli nella Chiesa. Gli altri cadetti, cavalieri, dovevano rimanere celibi. A meno che non riuscissero a sposarsi da soli. Tutti sognavano di farlo. Era per loro la grande avventura, quella inseguita dagli eroi che, nei romanzi di cui ascoltavano la lettura, erano oggetto della loro ammirazione. Perch no? Forse anch'essi avrebbero potuto un giorno sedurre una fanciulla ricca e bella grazie al proprio ardimento e alla propria cortesia. Era un bel miraggio. In realt, i matrimoni d'amore erano rarissimi. I giovani cavalieri avevano pi possibilit di riuscirvi se servivano fedelmente e a lungo un padrone. Talvolta i signori ricompensavano i pi fedeli tra coloro che avevano educato personalmente dando loro in sposa una delle proprie figlie, o una cugina, oppure ancora la vedova di un vassallo defunto. Guglielmo il Maresciallo era stato ripagato in questo modo del lungo servizio reso presso il re d'Inghilterra Enrico II.
Arnulfo era il primogenito e tuttavia il conte di Gunes, suo padre, non si era dato molto da fare per trovargli una moglie. Lo sapeva indocile e temeva che, una volta sposato, avrebbe creato ancor pi problemi. Preferiva saperlo cavaliere errante. Arnulfo si mise quindi da solo alla ricerca di una sposa. Nel 1188 credette, facendole la corte, di poter ottenere la mano di una vedova ricchissima, erede della contea di Boulogne, un principato potente, assai pi della contea di Gunes. Padre Lambert, nel suo racconto, dice che Arnulfo fece finta di amare questa donna.
In realt quel che voleva non era lei, bens la contea di Boulogne. Come un trovatore, egli si mise a cantare per lei il proprio amore. Credette di averla conquistata. Ma all'ultimo momento lei gli era sfuggita. Un altro pretendente, pi abile e glorioso, se ne era impossessato. Nella caccia alle fidanzate, i giovani cavalieri spesso ritornavano a mani vuote.
Quando, uscito di prigione, Arnulfo fece ritorno alla sua terra, povero e spaesato, il conte Baldovino si decise a prendere in mano la faccenda. Fin quindi per fidanzarlo a una delle figlie del conte di Saint Pol. Non era certo un gran partito: aveva dei fratelli e quindi poche probabilit di ereditare. Ma un'occasione pi vantaggiosa si present nel 1194. Il sire di Bourbourg, un castello vicino i cui signori erano sempre stati nemici acerrimi dei conti di Gunes, era morto. I suoi cinque fratelli erano morti prima di lui, celibi, per incidenti occorsi nell'addestramento cavalleresco. Egli lasciava soltanto una figlia, Beatrice. Mettere le mani sull'orfana, vale a dire sulla fortezza caduta sotto la discendenza femminile, permetteva di espandere notevolmente il principato. Il conte Baldovino si precipit, ruppe il patto che aveva concluso con il conte di Saint Pol, tratt con i cugini di Beatrice e si affrett a preparare le nozze.
All'ultimo momento sopraggiunse una difficolt. Arnulfo era stato scomunicato. Sempre brutale, in un tafferuglio durante una cavalcata, aveva distrutto il mulino di propriet di una vedova, uno degli esseri indifesi protetti dalla pace di Dio. Il vescovo lo aveva condannato ed escluso dalla comunit cristiana fino a che non si fosse pentito. Gli era stato fatto divieto di entrare in chiesa, e questo rischiava di compromettere la cerimonia del matrimonio. Ancora una volta, grazie all'arcivescovo di Reims, Baldovino ottenne che la condanna venisse tolta. Si poterono suonare le campane. Il conte benedisse personalmente i due fidanzati nella camera nuziale e la festa venne celebrata per tre giorni nel castello di Ardres. Nozze, investitura, tornei: tutto, per la cavalleria, era un pretesto per cantare, danzare, ridere, far mostra di s splendidamente vestiti, bere, mangiare, festeggiare.



Arnulfo signore

Arnulfo divenne quindi capo di famiglia. Era il signore di due castelli: Ardres, che gli veniva dalla madre, e Bourbourg, che gli veniva dalla sposa. La pace e la prosperit di queste due signorie dipendevano ora da lui. Non poteva pi comportarsi come prima, da giovane incosciente e scapestrato. Ora doveva mettersi d'impegno a mostrarsi saggio quanto gli altri castellani suoi pari che incontrava alla corte del conte di Fiandra. Quando iniziava la stagione dei tornei, i suoi cavalieri insistevano perch li conducesse con s. Lui li accompagnava sotto la sua bandiera, ma non si gettava pi con loro a capofitto nella mischia. Con gli anziani, rimaneva ad apprezzare da lontano le prodezze degli altri. Del resto, il suo posto ora era a casa, nella grande sala. Seduto, con la sua sposa al fianco, teneva corte, riceveva gli omaggi, amministrava la giustizia, sorvegliava a sua volta l'educazione dei giovani. Si sforzava di apparire ai loro occhi il modello del buon cavaliere. La sua porta era aperta a tutti. Chiamava presso di s i vassalli, accoglieva a braccia aperte tutti i cavalieri e i preti di passaggio. Pi erano gli ospiti, pi si sentiva potente. Il prestigio di un signore si misurava dal numero di persone che egli riusciva a riunire intorno a s e a cui riusciva a dar da mangiare. L'amicizia, cos preziosa, visto che qualsiasi ordine cavalleresco si costruiva su di essa, da nessun'altra parte era tanto calorosa quanto intorno alla tavola che i servitori apparecchiavano per il banchetto nella sala.
I pasti erano sempre una cerimonia, quella della buona intesa. La organizzava uno dei vassalli di Arnulfo che, come presso i pi grandi prncipi, ricopriva la carica di siniscalco. Il suo compito era prima di tutto quello di versare l'acqua sulle mani dei convitati: essi infatti mangiavano con le mani. Poi di tagliare le carni che venivano portate dalle cucine. Infine, di distribuirne i pezzi sulle larghe fette di pane che servivano da piatti. Gli scudieri riempivano le coppe che gli ospiti si passavano di mano in mano. Capitava a volte che dei giullari venissero a rallegrare il festino. Perch tutti fossero contenti, Arnulfo sorvegliava che fosse servito il pane pi bianco, che non si lesinasse sul pepe e tutte le altre spezie profumate importate dal lontano Oriente. Voleva che le pietanze fossero saporite. Voleva che scorresse a fiumi il vino della migliore qualit. E perch la gente della sua casata lo servisse volentieri, perch i visitatori ricordassero a lungo la sua accoglienza e diffondessero ovunque la fama della sua generosit, faceva acquistare alle fiere i bei tessuti che si fabbricavano nelle citt della Fiandra e dell'Artois e li offriva in dono agli amici affinch la gioia aleggiasse intorno alla sua persona.
Per rifornire la cucina e le cantine della casa, Arnulfo, come avevano fatto i suoi antenati, faceva coltivare le terre di sua propriet. Preoccupato di aumentare la produzione, dava ordine di prosciugare le grandi paludi fra Ardres e Bourbourg, di piantarvi alberi, di allevarvi pecore. Per questo assumeva manodopera. I tempi erano cambiati: i manenti non venivano pi a fare le corves sui campi del loro signore, non portavano pi al castello parte di quanto avevano raccolto. Ora i sudditi della signoria consegnavano denaro contante che si procuravano molto pi facilmente di un tempo e di cui il signore aveva sempre pi bisogno.

Il denaro. Poich Arnulfo aveva sempre pi bisogno di denaro, era tentato di spremere ancora di pi i contadini. Ma non poteva esagerare. Il suo diritto era limitato dalle usanze. Se non le rispettava, rischiava di attirarsi la collera dei manenti. Padre Lambert, nella storia che scrisse per lui, aveva giudicato opportuno ricordargli la sventura capitata a due suoi antenati troppo avidi. Dio, esaudendo i voti dei pastori del paese di Gunes, ne aveva colpito uno, che era morto in un torneo dove sperperava il denaro male acquisito; l'altro, un suo prozio, era stato assassinato in un bosco dai garzoni della cucina, esasperati dalla sua avarizia.
Se la campagna circostante gli fruttava poca moneta, Arnulfo si rifaceva sui mercanti che si erano stabiliti nel borgo, alle porte dei suoi castelli, e pi ancora sui viaggiatori di passaggio. Una delle vie pi frequentate d'Europa attraversava le sue terre, collegando l'Inghilterra al continente, e grazie al diritto di pedaggio, rappresentava per Arnulfo ad Ardres, e per suo padre Baldovino a Gunes, una fruttuosa fonte di denaro. Ma mostrarsi generosi, elargire a profusione come ogni signore era tenuto a fare per essere obbedito, costava sempre pi caro. E sempre pi caro costava anche essere prodi, saper fare la guerra, come era dovere di ogni cavaliere.



Un nuovo modo di fare la guerra

Fortifcazioni e macchine. La guerra, come sai, cambia volto con il tempo. Hai visto abbastanza immagini della seconda guerra mondiale per notare che nel 1991, nel Golfo, non si  combattuto come in Normandia nel 1944. Nell'arco di mezzo secolo, l'armamento si  perfezionato notevolmente. Ora, durante il mezzo secolo che separa la nascita di Arnulfo dalla battaglia di Bouvines, un progresso analogo aveva modificato i modi di combattere. A Costantinopoli, in Armenia, in Siria, in Palestina, i crociati avevano scoperto metodi di attacco e di difesa molto pi efficaci dei propri, e i prncipi d'Europa si erano affrettati ad adottarli.
L'armatura dei cavalieri si era rinforzata ancor pi. Nel 1214, si incominciavano a bardare di ferro il petto e i fianchi dei destrieri, perch era proprio l che il guerriero era pi vulnerabile. Una volta che il suo cavallo veniva ucciso e lui stesso scaraventato a terra, impigliato nella corazza che si era fatta sempre pi rigida, rimaneva per lunghi momenti in bala degli aggressori. Il giorno in cui Guglielmo il Maresciallo si era trovato faccia a faccia con Riccardo Cuor di Leone, figlio e all'epoca nemico del suo signore, re Enrico, con un colpo di lancia aveva abbattuto la cavalcatura del principe ereditario, tenendolo cos alla propria merc. E questo, Riccardo non glielo perdon mai.
Ma il perfezionamento dei mezzi di difesa riguard soprattutto le fortificazioni. Il castello pass di moda pi in fretta dell'armatura. Le torri di legno avevano un grave difetto: bruciavano. Nei paesi che i cavalieri attraversavano durante il loro pellegrinaggio verso Gerusalemme, erano tutte di pietra. Alla fine del dodicesimo secolo, i signori della Francia del nord che potevano permetterselo ricostruirono in pietra non solo il torrione, ma anche - e questa era una grande novit - la cinta della corte. Fossati e palizzate non bastavano pi, occorreva costruire delle mura. E affinch la guarnigione potesse opporre una migliore resistenza agli attacchi, si ridusse la superficie del castello. Come l'elmo, esso divenne pi compatto. Si ricopiarono anche le disposizioni pi favorevoli alla difesa di cui le fortezze in Terra Santa mostravano l'esempio. Le nuove torri non furono pi quadrate, ma rotonde. Tali erano quelle che Filippo Augusto fece costruire a partire dal 1190 al Louvres, prima delle mura di Parigi, e in tutti i punti strategici delle terre della corona. Baldovino, padre di Arnulfo, lo imit. Di fronte all'incalzare del pericolo, costru in pietra, con grande dispendio, bastioni e porte tutt'intorno al castello di Gunes e tre nuove motte a protezione della contea. Il figlio, da parte sua, faceva recintare il borgo di Ardres.
Tra i modi di difendersi e quelli di attaccare esiste una specie di concorrenza. Quando i primi migliorano, vediamo gli altri organizzarsi per superarli. I signori della guerra sollecitarono gli artigiani, i fabbri e i carpentieri che fabbricavano le armi offensive ad aumentarne la potenza. Il progresso fu segnato dalla messa in opera, per il lancio dei proiettili, di due congegni meccanici che permettevano di moltiplicare considerevolmente la forza dell'uomo: il sistema del bilanciere a contrappeso e il sistema della molla, gi in uso al tempo dei Romani. Al servizio dei prncipi pi potenti, gli ingegneri (la parola risale a quell'epoca e designa i costruttori di opere d'ingegno, in questo caso, gli ordigni di guerra) li perfezionarono. Adattarono la tecnica dell'argano - di cui allora ci si serviva per costruire sempre pi alte le volte delle cattedrali e le mura dei torrioni - alle armi da gittata e prima di tutto alle grosse macchine che, durante gli assedi, si usavano per abbattere le muraglie.
Queste macchine erano di due tipi. Nelle prime, dette trabocchi o mangani, l'argano aiutava a sollevare in alto un potentissimo contrappeso che, lasciato poi cadere di colpo, comunicava al bilanciere una forza sufficiente per lanciare a distanza assai maggiore un proiettile molto pi pesante. Con le altre macchine, le baliste, si raggiungeva lo stesso risultato aumentando, grazie all'argano, la tensione della molla. Mangani e baliste, pesanti e scomodi da trasportare, venivano costruiti in genere sul posto, davanti ai bastioni che si intendevano distruggere. Si trattava di strumenti anche estremamente lenti. In una giornata, si riuscivano a malapena a gettare cinque o sei pietre. Ma queste, che erano pesantissime, facevano vacillare le fortificazioni pi solide e in un sol colpo potevano distruggere un vecchio torrione di legno.
Quanto alle corazze, non resistevano certo meglio a un'altra nuova arma, la balestra. La balestra  una balista formato ridotto. Anche questa molto lenta, molto pi dell'arco, permette di mirare meglio, e soprattutto di tirare un quadrello (freccia a punta quadrangolare) decisamente pi pesante e quindi dotato di una forza di penetrazione maggiore della freccia. Capace di trapassare l'usbergo pi fitto e lo scudo pi solido, la balestra apparve come un'arma diabolica, e i cavalieri ne giudicarono l'impiego scandaloso, immorale, come lo  per noi oggi l'uso della bomba atomica. Le autorit della Chiesa cristiana ripeterono per tutto il dodicesimo secolo che servirsene era un peccato.
Difatti, i cavalieri si proibirono di farne uso. Giudicavano contrario all'onore uccidere in questo modo un altro cavaliere, da lontano, senza correre rischi. Quest'arma ignobile rimase un ordigno da plebei. Ma sempre pi numerosi furono gli sventurati che, assoldati dai prncipi, la utilizzavano per uccidere i cavalieri.
Un'altra ancora fu l'innovazione che, nel dodicesimo secolo, venne a modificare completamente l'andamento della guerra: la comparsa, nel campo delle operazioni militari, di guerrieri di nuovo genere, i mercenari, i soldati di ventura.

I soldati di ventura. Al comando di un capitano, i soldati di ventura formavano una banda, una truppa molto unita che si vendeva per una stagione. Erano infatti professionisti che lavoravano per denaro. Reclutati fra gli emarginati nelle regioni pi povere, andavano a piedi, come i contadini e i borghigiani. Equipaggiati come questi ultimi con armi che i cavalieri sdegnavano d'impiegare - picche, asce, e naturalmente, balestre - nel combattimento si dimostravano ancor pi efficaci degli squadroni di cavalieri armati di lancia. La cavalleria trovava di fronte a s un avversario capace di vincerla e che, non rispettando le usanze e non combattendo lealmente, rappresentava un reale pericolo.
In battaglia, i soldati di ventura si raggruppavano in un blocco unico, irto di alabarde, che la carica dei cavalieri non riusciva a spezzare. Avanzavano quindi come una muraglia vivente, da cui partivano i temibilissimi quadrelli lanciati dalle balestre. Per non parlare poi di quando si introducevano in ordine sparso tra le file dei cavalieri, utilizzando le armi corte - coltelli e daghe - per tranciare i garretti dei destrieri o colpirli al ventre e abbatterli. A quel punto si occupavano del cavaliere caduto a terra, e infilando la lama nelle giunture dell'usbergo o dell'elmo, lo sgozzavano senza piet per poi depredarlo.

L'efficacia dei mercenari. I mercenari si dimostravano molto utili anche per conquistare le nuove fortezze. Sapevano individuare le falle nell'involucro di pietra, introdurvisi e prendere alle spalle i difensori. La comparsa delle compagnie di ventura in quegli anni sembr, al pari del diffondersi della balestra, opera del Maligno. I vescovi lanciarono appelli perch venissero soppressi, perch la terra venisse liberata da queste calamit che Dio, irritato contro il suo popolo, permetteva si diffondessero come punizione dei suoi peccati. Filippo Augusto si vant di aver sterminato, all'inizio del suo regno, una di queste bande di mercenari che, senza impiego, disoccupati, facevano la guerra per proprio conto, saccheggiando e devastando le campagne del Berry. Ma quest'arma nuova offriva troppi vantaggi. Infatti, decideva della vittoria. Fu un mercenario che, con un colpo di balestra, il 26 maggio 1199, uccise il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, idolo della cavalleria e avversario invincibile del re di Francia. Fu un mercenario che, nel 1204, riusc a penetrare a Chteau-Gaillard, fortezza imprendibile all'ingresso della Normandia, dando cos a Filippo Augusto il vantaggio su re Giovanni senza Terra, fratello e successore di Riccardo Cuor di Leone. I prncipi dunque disobbedirono alle esortazioni dei vescovi. Cos come un tempo i loro padri, alla fine dei tornei, si disputavano i migliori campioni, essi si disputavano le migliori bande di mercenari. Mentre la cavalleria, all'alba del tredicesimo secolo, si vedeva privata del monopolio dell'azione militare decisiva, i capitani di ventura - un Cadoc, un Mercadier - diventavano personaggi importanti, indispensabili, rispettati e immensamente ricchi.

La cavalleria sottomessa. I soldati di ventura si facevano pagare assai cari. Solo i grandi signori potevano prenderli al proprio servizio. I piccoli e medi feudatari, quelli che comandavano su un solo castello o, come Arnulfo, o anche come suo padre Baldovino, su due, dato che la contea di Gunes era un principato modesto, penavano a trovare il denaro per rinforzare a sufficienza le difese delle proprie fortezze, e poich l'equipaggiamento necessario a un cavaliere diventava sempre pi costoso, i nuovi cavalieri che essi armavano erano in numero sempre inferiore. La consuetudine li autorizzava a istituire un'imposta speciale per l'investitura del primogenito, ma essi riducevano il numero dei giovinetti investiti lo stesso giorno del proprio erede. I figli dei vassalli rimanevano dunque scudieri per molto tempo dopo la fine dell'apprendistato. Alcuni lo restavano per tutta la vita. Cos, gli effettivi della cavalleria d'urto andavano diminuendo e i prncipi incominciavano a preoccuparsene.  in quel momento che ebbe inizio l'evoluzione che, di secolo in secolo, avrebbe portato la cavalleria a diventare una semplice dignit, una decorazione (quel che oggi sono gli ordini cavallereschi), una confraternita, una specie di circolo chiuso i cui membri coltivavano tra loro un ideale, un modo di comportarsi secondo certe regole che erano quelle dell'onore, della lealt e della cortesia. Ed  a questo che noi pensiamo oggi quando definiamo cavallereschi un uomo o un'azione.

L'impresa e lo stato. D'altra parte, la cavalleria, sempre a corto di denaro, perdeva la propria indipendenza. Era costretta a inchinarsi di fronte alla potenza dei grandi signori, il re di Francia, il duca di Normandia, il conte di Champagne, il conte di Fiandra. Questi, padroni delle grandi vie di comunicazione, delle fiere pi importanti, delle citt mercantili dove si accumulava denaro, ne ammassavano molto, e comunque abbastanza per reprimere la turbolenza dei cavalieri. Grazie al denaro ci riuscirono in due modi. Prima di tutto procurandosi i mezzi militari per spezzare, con l'aiuto di trabocchi, baliste e bande di mercenari, qualsiasi tentativo di resistenza armata. E poi, legando a s i nobili grazie alla propria generosit. I poeti che scrivevano per loro esaltavano questa dote come una delle principali virt dei cavalieri. Presentandosi come cavalieri perfetti, questi signori elargivano intorno a s, senza lesinare, begli oggetti, cavalli di razza e soprattutto denaro, quelle minuscole e sottili monete d'argento cos preziose perch rare, e di cui nei castelli si era sempre sprovvisti. Per riceverne la propria parte, tutti i cavalieri si accalcavano a corte, facendo bene attenzione a non rendersi sgraditi ai signori e militando sotto la loro bandiera quando questi convocavano i propri vassalli e i vassalli dei vassalli per la guerra.  cos che si rinforzavano i grandi stati che, nella loro imponente espansione, inevitabilmente entravano in guerra con gli stati rivali.
All'inizio del tredicesimo secolo, la guerra rimaneva dunque un fatto permanente. Con la primavera, tornava la stagione dei combattimenti; Arnulfo indossava l'usbergo, inforcava il destriero e si lanciava contro il nemico come aveva fatto suo nonno. Ma mentre il nonno, quarant'anni prima, decideva da solo, con i suoi fidi cavalieri, di andare a saccheggiare le terre del conte di Gunes o del castellano di Bourbourg, oppure di uno dei suoi stessi vassalli in rivolta, Arnulfo non era libero dei propri movimenti. Anche se a volte lo si vedeva ancora cavalcare contro uno dei vicini che lo aveva sfidato, le guerre private fra castelli diventavano via via sempre pi rare. Volenti o nolenti, i piccoli e i medi signori sottomettevano all'arbitraggio dei grandi i conflitti che li dividevano. Quando Arnulfo si batteva, il pi delle volte era per interessi diversi dai propri. Anche contro la propria volont, era coinvolto nelle liti del conte di Fiandra al quale, come in precedenza suo padre, aveva reso omaggio e che doveva servire.
Arnulfo rispondeva comunque di buon grado a queste convocazioni, e altrettanto volentieri lo accompagnavano i suoi vassalli, cavalieri e scudieri. Infatti, facendo parte dell'esercito del conte, non solo essi avevano occasione di divertirsi ma, durante i tornei, anche di fare dei prigionieri e quindi di guadagnare il denaro dei riscatti. Personalmente non avevano niente da perdere. Se venivano presi non erano loro, ma il conte, a dover pagare il riscatto. Se guadagnavano, ci era dovuto anche al fatto che le operazioni militari tendevano a prolungarsi: i nuovi bastioni reggevano bene alle moderne macchine da guerra e l'assedio di un castello o di un borgo fortificato poteva durare mesi. Per quaranta giorni il vassallo combatteva a titolo gratuito per il signore: questo era il servizio che doveva al feudo. Ma passato questo periodo, aveva il diritto di tornare a casa. Se voleva trattenerlo, il signore doveva versargli un soldo.
In questo modo i cavalieri diventavano soldati. Essi presero quindi l'abitudine, senza rendersene conto, di battersi per denaro come i mercenari.

La paga. Nel 1198, il conte di Fiandra, in lotta contro il re di Francia, assediava la citt di Saint Omer. C'era anche Arnulfo, accampato sotto la tenda con i cavalieri dei castelli di Ardres e di Bourbourg. Faceva meraviglie. Sotto i suoi ordini, i carpentieri avevano costruito una torre di legno pi alta dei bastioni, e bench il luogo fosse difeso da un suo cugino che amava molto, il castellano Guglielmo, Arnulfo con i suoi saliva tutti i giorni per crivellare di proiettili i percorsi di ronda del borgo. I difensori tuttavia resistevano e non si arrendevano. Giunse l'inverno e con esso il cattivo tempo. L'assedio fu tolto. Arnulfo ricevette la sua ricompensa. Riccardo Cuor di Leone, alleato del conte nella guerra contro Filippo Augusto, aveva inviato dall'Inghilterra in Fiandra barili pieni di denaro. Arnulfo ne ricevette a manciate e, tre anni dopo, il suo signore che partiva per la crociata gli vers quel che ancora gli doveva: cento libbre, vale a dire l'equivalente di ventiquattromila denari. Arnulfo, da buon cavaliere, non amava il denaro; amava la guerra e la faceva dando il meglio di s. La guerra gli rendeva, ma gli costava anche molto. Che cosa fece di quelle cento libbre? Si liber di qualche debito. In realt era sommerso dai debiti. Per armarsi e mantenere la propria squadra di combattenti, aveva dovuto chiedere prestiti a destra e a manca ai borghigiani, che pure disprezzava.



La morte del padre

A volte la guerra volgeva al peggio. Nel 1203, Baldovino, padre di Arnulfo, fu fatto prigioniero dall'esercito di Filippo Augusto. Non essendo in grado di mettere insieme il denaro per il proprio riscatto, egli dovette cambiare campo, lasciare quello del conte di Fiandra e rendere omaggio al re di Francia. Baldovino era molto anziano. Questa disavventura lo prov. Due anni dopo, in autunno, cadde malato. Allora defin la successione.

1 funerali. Era molto semplice. Su questo punto, l'usanza era chiara: il figlio primogenito riceveva tutta l'eredit, e Baldovino era riuscito ad accasare abbastanza bene tutti gli altri figli affinch non si battessero contro Arnulfo per ottenerne una parte. Le figlie, tutte sposate, non avevano nulla da reclamare. Dei cinque maschi, uno, prete, viveva agiatamente dei proventi del suo incarico; altri due avevano trovato moglie e si erano stabiliti presso la loro sposa; il secondogenito, Manasse, il pi amato dal conte dopo Arnulfo, aveva anch'egli una propria dimora, un piccolo castello che il padre aveva fatto costruire su certe terre che gli aveva acquistato.
Voglio farti notare due cose. In primo luogo, tutti i figli maschi di Baldovino, salvo il religioso, erano sposati. Si trattava di una novit che modificava ancor di pi l'aspetto della cavalleria. All'inizio del tredicesimo secolo, i cavalieri celibi, senza legami, erranti, turbolenti, vent'anni prima cos numerosi, erano molto pi rari. Perch? Perch il denaro (sempre il denaro) andava occupando nella vita un posto via via pi importante. I padri se ne servivano per aiutare i figli cadetti a farsi una famiglia senza intaccare la terra degli antenati, tutta interamente riservata al primogenito. Tieni presente anche un'altra innovazione: i due maschi che Baldovino aveva sistemato personalmente, Arnulfo e Manasse, erano divenuti suoi vassalli. Avevano messo le mani nelle sue e gli avevano giurato fedelt per quanto avevano ricevuto da lui, e ci li obbligava a non tradirlo. Il sistema feudale, ora ben collaudato, era utilizzato anche per rafforzare la potest non solo dei capi di stato sui signori dei castelli, ma anche dei padri sui figli, evitando in tal modo screzi in famiglia.
Gli ultimi giorni della sua vita, Baldovino si disfece di tutto quello che aveva nella camera, nel guardaroba, nelle scuderie del castello di Gunes, distribuendo fra coloro che lo avevano servito le armi, i cavalli, gli abiti di gala, i gioielli, tutti i pezzi d'argento che teneva chiusi nei forzieri. Monaci e preti erano accorsi in gran numero quando avevano saputo che era malato. Anch'essi ricevettero la loro parte affinch pregassero per la salute dell'anima del morente. Il 2 gennaio 1206, il conte esal l'ultimo respiro, circondato da tutta la famiglia. Arnulfo era in viaggio. La sua sposa, la castellana di Bourbourg, organizz i funerali. L'abate del monastero di Ardres venne con i suoi monaci per prendere in consegna il corpo del defunto e portarlo in processione fino all'abbazia, a raggiungere i suoi antenati. Le porte della chiesa rimasero aperte fino a notte fonda. I cavalieri della contea, le loro dame e i notabili del borgo, riuniti intorno al catafalco, mangiarono e bevvero un'ultima volta in compagnia del signore che li aveva nutriti cos a lungo e con tanta generosit. Poi il corpo fu sepolto davanti all'altar maggiore. Nella corte, una folla di poveri giunti da ogni parte della regione divorava pane e carne: il conte, come ultima elemosina, aveva ordinato di vuotare per loro le cantine e le dispense di tutte le sue dimore.

La successione. Quando Arnulfo arriv a briglia sciolta, tutto era finito. Il suo primo gesto fu quello di far iscrivere solennemente, alla presenza di tutta la nobilt, il nome del padre in corrispondenza della data del 2 gennaio sul grosso registro di pergamena che veniva usato nell'abbazia di Ardres per regolare le cerimonie religiose. Tutti gli anni, quel giorno, i monaci avrebbero recitato l'ufficio per lui. Arnulfo pag quel servizio. Poich non v'era pi denaro in casa, lo fece abolendo le tasse che il padre percepiva su certe terre del monastero. Poi entr a sua volta nel lignaggio dei conti di Gunes e venne a insediarsi al posto del padre nel loro castello. Gli fu consegnato il sigillo della casata, di cui fece dipingere sul proprio scudo le armi: una croce blu in campo d'oro. Quelle insegne, ora definitive, erano come dei nomi di famiglia; erano divenute indispensabili per identificare i cavalieri nei tornei e in guerra, dal momento che non li si distingueva pi dal volto, chiuso com'era nell'elmo. Suo fratello Manasse, tutti i cavalieri e tutti gli scudieri vennero a riprendere dalle mani di Arnulfo i feudi che avevano ricevuto da suo padre. Sfilarono nella grande sala e ciascuno di loro gli rese omaggio. Arnulfo da parte sua, si rec presso tutti i signori di cui suo padre, per qualche diritto ricevuto, si era riconosciuto vassallo. Come il conte Baldovino tre anni prima, and a inginocchiarsi davanti al re di Francia e a giurargli fedelt. Con le proprie mani il re consegn nelle sue il bastone del comando, simbolo del feudo che Baldovino, morendo, aveva lasciato cadere e che l'erede, il suo primogenito, doveva raccogliere e servire.



Bouvines

Nella camera del castello di Ardres, Beatrice, sposa di Arnulfo, aveva gi messo al mondo sei figli. Per il momento, un solo maschio di nome Baldovino, come il nonno. Lo si era atteso a lungo. Poi era arrivato. Ora aveva otto anni. A Gunes, sarebbero nati ancora tre figli maschi. L'avvenire della dinastia era assicurato.
Arnulfo si avvicinava alla cinquantina. Oggi, a quell'et, un uomo si sente ancora giovane. Ma a quei tempi i cavalieri invecchiavano pi in fretta: bevevano e mangiavano troppo. Gi un po' arrugginito e tuttavia sempre pronto ad andare alla carica con gli altri, lancia in resta, al galoppo sul suo destriero, Arnulfo, divenuto conte di Gunes, militava ora sotto la bandiera coi gigli, contro i nemici del re di Francia. Uno di loro, Rinaldo di Dammartin, era anche suo nemico personale, da quando, nel 1188, gli aveva portato via l'erede del conte di Boulogne, che lui si apprestava a sposare. Nella primavera del 1214, questo Rinaldo, insieme al nuovo conte di Fiandra, Ferrando, sguinzagli cavalieri e soldati di ventura contro la contea di Gunes per saccheggiarla. Arnulfo si un allora all'esercito di Filippo Augusto che metteva a ferro e a fuoco le terre fiamminghe.

La battaglia. Il 27 luglio, a mezzogiorno, Arnulfo si trovava dunque davanti alla piana di Bouvines, dove i contadini mietevano. Il drappello pranzava tranquillamente all'ombra. Si sapeva che cavalieri ben pi numerosi di loro si stavano avvicinando al comando di Rinaldo, di Ferrando e del sovrano di Germania, l'imperatore Ottone. Ma era domenica, e in quel giorno - il giorno del Signore - era proibito far scorrere il sangue. D'un tratto corse voce che il nemico attaccava comunque, e che Filippo Augusto accettava il combattimento. Fratel Guarino, un cavaliere-monaco dell'ordine degli Ospedalieri, buon conoscitore delle cose della guerra, riun i cavalieri, li schier su una lunga linea a sinistra e a destra del punto centrale, il forte conroi, formato dai compagni pi fedeli del re riuniti sotto lo stendardo. Arnulfo, nel grande silenzio che regnava, ascolt il discorso di Filippo Augusto dalla postazione che gli era stata assegnata.
Di fronte all'armata di Satana, composta di felloni, di eretici e di mercenari corrotti dal denaro, il sovrano, sicuro del proprio diritto, fiducioso nella protezione di san Dionigi patrono del regno, chiamava i suoi cavalieri a sostenerlo. Stava per iniziare una battaglia, e si trattava di un avvenimento eccezionale: due sovrani, quello di Francia e quello di Germania, che si sottoponevano, come due campioni in campo chiuso, al giudizio di Dio.
Quando Filippo tacque, tutti i cavalieri, come all'inizio di un superbo torneo, spronarono i destrieri e si lanciarono ventre a terra.
Qualche tempo dopo, nel bel mezzo della mischia, Arnulfo ud alla propria sinistra, provenienti dal luogo dove sventolava lo stendardo, delle forti grida. La sera, venne a sapere che Filippo Augusto, agguantato dai mercenari del campo avverso e disarcionato, aveva corso il rischio di venire catturato o ucciso. Vide con i propri occhi spuntare fuori dalla mischia confusa qualche cavaliere; riconobbe Guglielmo di Barre che si lanciava fuori dal gruppo dei vecchi amici del re di Francia, affrettarsi in direzione del re nemico, il re di Germania, e raggiungerlo. Ma quest'ultimo scapp, fugg e ben presto nel suo campo, quello del conte di Fiandra e dei suoi alleati, avversari di Filippo Augusto, fu lo sbando. Stanco, Arnulfo lasci che i guerrieri riuniti sotto la sua bandiera, i cavalieri di Gunes, di Ardres e di Bourbourg, inseguissero i fuggiaschi e tentassero di catturarne qualcuno. Da lontano, intravide Rinaldo di Dammartin che resisteva solo, riparandosi di tanto in tanto dietro ai suoi mercenari che gli facevano da baluardo per riprendere fiato, e ripartendo poi all'attacco. Malgrado se stesso, ammirava quel magnifico cavaliere, il suo peggior nemico. Si rallegr tuttavia quando vide finalmente che era stato catturato. Applaud al massacro dei mercenari. Scendeva la sera. I combattenti, esausti, bevevano da grandi coppe. Sul terreno giacevano i morti. Quasi tutti erano soldati di ventura. Dalla parte del re di Francia, solo tre cavalieri avevano perso la vita, e per giunta, accidentalmente.
Fra i trecento cavalieri prigionieri che venivano trasportati a Parigi su un carro, Arnulfo scorse Rinaldo e Ferrando incatenati. La vittoria strepitosa lo riempiva di gioia. Ricevette la sua parte di bottino, che divise con i compagni d'arme. Ma quella vittoria dava pi potenza e pi gloria al suo signore. Sottoposta all'autorit del re di Francia, la contea di Gunes ormai non contava pi niente.
Tre quarti di secolo pi tardi, Baldovino, nipote di Arnulfo, fin col cederla a Filippo il Bello, nipote di san Luigi, a sua volta nipote di Filippo Augusto.

La piet. Arnulfo visse ancora sei anni. La sera, si faceva leggere i libri che il padre aveva riunito nella propria camera. Pensava alla salvezza dell'anima. Forse, per espiare i propri peccati, come molti cavalieri del nord della Francia, andava in pellegrinaggio a Notre-Dame di Chartres per pregare nella nuova cattedrale, davanti al mantello della Vergine. Ma nel 1120, i cavalieri incominciavano a comprendere che per guadagnare il paradiso non bastavano n i gesti semplici come i pellegrinaggi, n le preghiere degli altri: bisognava sforzarsi di vivere secondo i precetti del Vangelo.
I religiosi che vivevano nella casa di Arnulfo lo invitavano a comunicarsi almeno una volta all'anno, a Pasqua, confessandosi prima, a fare l'esame di coscienza e quindi a riconoscere in che cosa si era allontanato dall'insegnamento di Ges. Forse il conte di Gunes aveva sentito parlare da un viaggiatore di ritorno dall'Italia di quell'uomo strano, Francesco d'Assisi che, dapprima entusiasmato dall'ideale cavalleresco, si era poi spogliato di tutto, si era denudato davanti al padre, troppo ricco, e, vestito di un semplice saio, seguito da qualche compagno, se ne era andato a vivere come Cristo con i pi poveri e i lebbrosi. Per i lebbrosi, uomini e donne, gi settant'anni prima, gli antenati di Arnulfo avevano fondato degli asili, e nel 1167 il nonno paterno aveva chiesto di essere sepolto non gi nell'abbazia di Ardres, ma nella cappella di un ospedale costruito per i pellegrini malati e per i poveri. Forse anche Arnulfo fu toccato da queste nuove forme di piet. Posso supporlo, ma non sono in grado di affermarlo con certezza: ti ho avvertito, non possiamo sapere tutto della vita dei cavalieri.
In ogni modo di una cosa sono certo. Nel 1220, i valori del cristianesimo - di un cristianesimo rinnovato, di una religione di carit e d'amore - impregnavano oramai molto profondamente la cavalleria.
Erano gi trent'anni che Filippo, conte di Fiandra, aveva commissionato al pi grande romanziere del tempo, Chrtien de Troyes, un racconto il cui eroe, Parsifal, cavaliere errante, non partiva alla ventura per amore di una dama come Lancillotto, ma in cerca di un oggetto misterioso, il Santo Graal, dove erano state raccolte le ultime gocce del sangue versato da Cristo sulla croce. Parsifal, nel corso del suo vagare, dava testimonianza di un crescente ardimento pi con la rinuncia e la purezza di cuore che non con le prodezze guerresche. Nel 1220, quando Arnulfo si avvicinava alla morte, il buon cavaliere non veniva pi lodato semplicemente per il coraggio, per la forza delle braccia, per l'abilit nei tornei, per la lealt verso il signore e i compagni d'arme, o per la cortesia verso le dame. Da lui ci si aspettava prima di tutto che fosse leale verso Ges Cristo, il Signore che egli doveva servire prima di ogni altra cosa, che offrisse la vita per la pace e la giustizia e che usasse la spada per aiutare i pi deboli. Nella cavalleria si realizzava l'equilibrio fra ardimento, saggezza e dedizione agli oppressi.
Questo ideale di perfezione virile, Luigi di Francia, il futuro san Luigi che quell'anno aveva sei anni, lo avrebbe ben presto incarnato sul trono di Francia, guidato a un tempo dal ricordo del nonno, Filippo Augusto, e dalle prediche dei discepoli di san Francesco.
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FINE.